DOCUMENTI Quelle vite dimenticate nei servizi dei giornalisti Biloslavo e Micalessin

Che cosa vedono e a chi appartengono gli occhi della guerra? Sono gli sguardi spauriti dei bambini-soldato costretti a imbracciare un fucile più grande di loro al posto di un giocattolo; sono gli ultimi istanti di vita dei caduti in battaglia, aggrappati alla vita in una estrema ma vana speranza; e ancora sono gli occhi dei profughi, degli sfollati costretti ad abbandonare per sempre le loro case sotto la minaccia dei bombardamenti. Ma sono anche gli occhi dei tanti inviati di guerra che in ogni zona del mondo rischiano la vita per raccontare le tragedie dell’umanità. «Dall’87 ad oggi sono una dozzina i giornalisti italiani che non sono più tornati dal fronte» dice Fausto Biloslavo, cronista di guerra de Il Giornale, uno degli autori dell’interessante mostra fotografica che si apre oggi alle 18 nel cortile d’onore di Palazzo Isimbardi, promossa da Provincia di Milano e dall’associazione culturale LiveEurope. Gli occhi della guerra è appunto il titolo di questa esposizione che raccoglie 93 pannelli - da altrettanti scatti - che ripercorrono le immagini drammatiche delle zone più calde degli ultimi 25 anni: tra i guerriglieri mujaheddin sulle montagne dell’Afganistan, nelle guerre fratricide dell’ex Jugoslavia o in Medioriente, tra gli eccidi di massa in Centroafrica. La mostra itinerante, che ha già fatto tappa al Parlamento europeo a Bruxelles e, dopo Milano, raggiungerà Firenze, presenta solo una parte della collezione da cui sono state omesse le immagini più scioccanti, come le montagne di cadaveri in Uganda. «D’Altronde non saprai mai cos’è realmente una guerra se non la guardi in faccia» dice Biloslavo che, prima di fare il giornalista, è stato appunto fotoreporter. Come lui gli altri autori delle immagini in mostra, ovvero Gian Micalessin - anch’egli cronista di guerra del Giornale - Fabio Polenghi e Almerigo Grilz, il giornalista italiano ucciso in Mozambico durante un reportage il 19 maggio del 1987al seguito della Renamo. L’anno precedente, ricorda Biloslavo, Grilz scriveva così nel suo diario dal Mozambico: «Mi sporgo fuori per filmarli, non è facile e occorre stare appiattiti perchè le pallottole fischiano dappertutto... alzare troppo la testa può essere fatale». Non è lui l’unico martire del giornalismo a venire ricordato in questa mostra. Fabio Polenghi, milanese, rimase ucciso lo scorso anno a Bangkok mentre filmava l’assalto finale dell’esercito all’accampamento delle Camicie rosse; l’altro è Raffaele Ciriello che perse la vita il 13 marzo 2002 mentre a Ramallah in Palestina documentava gli scontri tra israeliani e palestinesi. Altre immagini sono di Lord Michael Cecil, Carlo Imbimbo, Stefano Rossi e Mauro Scrobogna. Alcune immagini riflettono guerre dimenticate, sopite o concluse, altre sono state inserite soltanto per il loro valore storico. «Questa mostra inquadra la storia in un'ottica differente sublimata dal coraggio di quei fotoreporter capaci di raccontare guerre lontane, forse troppe lontane, agli occhi di un Occidente a volte indifferente al dolore» ha detto il presidente della Provincia Guido Podestà nella presentazione all’esposizione. «Una panoramica che cela radici professionali ed umane ormai dimenticate e profondamente affascinanti» ha fatto eco l’assessore all Cultura Novo Umberto Maerna.