In un documento segreto il «no» al messale tradizionalista

da Roma

C’è un documento riservato di sette cartelle che potrebbe rallentare o persino bloccare una concessione più generosa dell’uso del messale preconciliare, come richiesto dai tradizionalisti e dai lefebvriani. È un testo preparato dalla Congregazione del culto divino lo scorso agosto e firmato dal Prefetto, il cardinale Francis Arinze, e dal suo numero due, l’arcivescovo Domenico Sorrentino. Nel memorandum, che non rappresenta un atto ufficiale del dicastero, ma ha il valore di un parere ed è stato consegnato al Papa, si afferma che non è possibile alcuna liberalizzazione del vecchio messale in quanto quest’ultimo è stato abolito. Era stato proprio il cardinale Arinze, lo scorso 12 ottobre, durante una conferenza stampa, ad affermare che «nessun padre sinodale» aveva avanzato la richiesta che venga prevista la Messa secondo il rito di San Pio V. In realtà, appena tre giorni dopo, in aula, questo tema è stato affrontato nell’intervento del cardinale Darío Castrillón Hoyos, prefetto della Congregazione del clero, il quale ha proposto che nel messaggio finale del Sinodo fosse contenuto qualche segnale di apertura verso quei cattolici affezionati alla vecchia Messa con l’auspicio che il rito preconciliare venga considerato uno dei diversi riti approvati nella Chiesa cattolica. Il cardinale non aveva parlato esplicitamente di una vera e propria liberalizzazione dell’uso del vecchio messale, come richiesto dai lefebvriani, ma le sue parole potevano essere intese in questo senso.
Ora, il testo firmato da Arinze e Sorrentino pone un ostacolo alla concessione più facile del rito di San Pio V, sulla quale lo stesso Ratzinger, da cardinale, si era sempre detto possibilista. Attualmente, i gruppi di fedeli legati alla Messa preconciliare devono presentare una richiesta al vescovo, il quale decide se permetterla. Anche se Giovanni Paolo II, nel concedere l’indulto, aveva chiesto ai vescovi di essere generosi, in molti casi i tradizionalisti si sentono opporre dei rifiuti, magari da quegli stessi presuli che offrono le chiese per le divine liturgie ortodosse o tollerano che nelle loro diocesi vengano celebrate Messe che degenerano in show. «Purtroppo da noi – aveva scritto il cardinale Ratzinger – c’è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n’è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata». Il futuro Benedetto XVI più volte aveva affrontato la questione dicendosi colpito per il modo in cui vengono trattati i fedeli tradizionalisti: «Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi – aveva detto Ratzinger – nel consentire l’antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive?». Il futuro Papa aveva inoltre fatto notare che nella Chiesa la pluralità dei riti non aveva mai messo in discussione la sua cattolicità, un concetto che troviamo esposto anche nel libro «Nobilis Pulchritudo», appena pubblicato dal maestro delle cerimonie pontificie, l’arcivescovo Piero Marini, certamente non sospettabile di simpatie tradizionaliste. Il dibattito sul messale di San Pio V e sulla sua abolizione è tuttora aperto. E c’è attesa di sapere che cosa deciderà in merito Benedetto XVI.