In dodici fanno «Uno, due tre... stella»

Michele Greco

«Uno, due, tre... stella». È l’inizio del gioco della campana: un gioco che i bambini facevano, e forse lo fanno ancora, disegnando a terra un percorso composto da quadrati numerati che consentiva di saltellarvi dentro con una sola gamba e contare. Un gioco, come un po’ lo è la vita, un po’ l’amore, in parte, sicuramente, anche l’arte. Così, il percorso voluto da Stella Tasca della omonima galleria d’arte contemporanea di Trastevere, a Palazzo Orsini (Bomarzo, Viterbo), si snoda su due piani in una decina di stanze distinte, non più dai numeri, ma dalle opere di altrettanti o più artisti: dodici in tutto.
Non certo l’esposizione ma il titolo, «Uno, due, tre... stella» ci ricorda una simpatica pubblicazione - «Smorfie» - di Edoardo Sanguineti, illustrata da disegni di Tommaso Cascella. È un testo scritto con molta libertà e semplicità espressiva, frazionato a capitoli e passi con disegni di getto, in bianco e nero e riprodotti in litografia. «Smorfie» è stata una delle rare pubblicazioni leggibili da bambini e adulti (1986, 900 esemplari, Etrusculudens Editore in Roma della compianta Emma Politi).
Per ciò che riguarda l’esposizione resta dubbio il titolo della mostra, quel significante che diventa guida, scopo, partenza; inspiegabile percorso ritmico di una Stella, rimasto humor segreto in chi l’ha voluto proporre. Comunque, ben lontano dalle smorfie di Sanguineti e Cascella, il «gioco» ci fa conoscere nuovi artisti come la stessa Stella Tasca e la sua mistica ironia costruita un po’ come gli angoli votivi di una Napoli borbonica, senza mare. Apprezzabile il recupero pittorico di Lucianella Cafagna con i suoi grandi lavori «arredati» di camicie, scarpe, orme, allegorie antropologiche definite liberamente nei suoi referenti simbolici, con convinta determinatezza.
Importante l’impegno plastico di Isabella Nurigiani e i suoi grandi «spazi» bronzei, disturbati dal taglio, dalla piega, dal segno deturpante del tempo che in essi si fa storia, graffio, linguaggio a fior di pelle. Ancora, Roberto Carlos Umpierrez che dissocia i suoi grandi manifesti di carta dalla grande croce di un Cristo «pittore» e da oggetti animati dal suo magnifico segno figurale, dal colore, dall’ironia ripetitiva di un Velasquez rubato da una «lezione di anatomia» che... viaggia, valigia del tempo e dello spazio.
Gli altri, tutti meritevoli di attenzione: Gianluigi Mattia, relatore di antiche paure, di ombre che ti inseguono come folletti mitologici a volte, a volte come attente similitudini della nostra occulta realtà; Hugh Fulton, Lorenzo Baruffi, Serge Uberti.
Troviamo invece poco convincenti una Antonella Catini e il suo spatolato urbano, Elizabeth Frolet e la presunzione del suo erotismo volutamente mal disegnato e dipinto, patologico, poco trasgressiva in una facile trasgressione rappresentativa; Giulia Cantisani e il suo buon disegno da esercizio accademico, Susanna Cascella infine, il cui buon gusto del colore si perde nelle incertezze rappresentative troppo compiacenti, poco personali. L’esposizione resterà aperta fino al 28 agosto nei giorni lunedì, mercoledì e venerdì ore 9.30-13.30; martedì e giovedì tra le ore 9.30-13.30 e 16.30-19; domenica ore 11-13 e 18-20.