Dodici storie di automuniti e militesenti

«Come faccio a far capire a mia moglie che anche quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?». La domanda, di Joseph Conrad, vale bene tutto il romanzo che ha ispirato, di Marco Missiroli (Senza coda, Fanucci), che la cita a mo’ di precetto esemplare nel frontespizio. Ma può ispirare tutta una serie di interrogativi similari. Come faccio a far capire a mio padre che non sto perdendo tempo? Come faccio a convincere qualcuno a pagarmi per mettere a frutto come credo il mio tempo? Come faccio a persuadere il mio capo che, forse forse, tempo indeterminato, orario rigido, lavoro stabile e posto fisso hanno alla fine più contro che pro? Nella moderna, zygmuntbaumaniana Vita liquida, per chi nuota nella corrente, portato da orari fluttuanti, buttato a riva per mettersi all’opera dove e quando capita, paletti, contratti e postazioni sicure rischiano di fare l’effetto di ostacoli e impedimenti. E il Buon lavoro che la nonna augura al nipotino quasi quarantenne il giorno del suo colloquio per un’assunzione, suona ironico se riprodotto nel titolo delle «Dodici storie a tempo indeterminato» di Federico Platania (Fernandel, pagg. 156, euro 13). Sono dodici storie di giovani - o sempre pretesi tali: come sempre li si vuole laureati, militesenti, automuniti e pronti a guidare a proprie spese - in cerca di lavoro. Le disavventure di «Bello di nonna» e altri undici aspiranti colleghi che, della vita impiegatizia, di palazzi aziendali, riunioni, uffici e scrivanie forse forse non ne vogliono sapere. Opprimente fino alla comicità grottesca è proprio l’ambiente che lo scrittore - giovane? è nato a Roma nel 1971 - descrive: trappola claustrofobica blindata da porte scorrevoli, ingabbiata tra tornelli meccanici, sovrastata da orologi giganteschi e illuminata da crude luci al neon. Un posto (fisso) da cui scappare. Non fosse che è sempre più difficile capitarci dentro.