La dolce America di nonno Sanguinetti

Centra gli ottavi all’Us Open come Pozzi e Panatta. Ora, rimesso in sesto dalla dieta a zona, punta a emulare Barazzutti, semifinalista nel ’77

Lea Pericoli

Davide Sanguinetti entra di prepotenza nel glorioso libro della Storia del Tennis. Il 33enne dai capelli brizzolati, che qualunque buon regista vedrebbe bene come attore da mettere dietro a una scrivania, mentre a nessuno verrebbe in mente di affidargli la parte di un campione capace di scrivere una pagina di sport, si è qualificato per gli ottavi dell’US Open. Davide, dal quale pochi a New York si aspettavano grandi cose, dopo aver eliminato Wayne Arthurs e Carlos Moya testa di serie n.31, ha battuto anche Paradorn Srichaphan, solidissimo giocatore thailandese, che partiva favorito.
L’azzurro è stato bravissimo. Con cuore e grinta ha conquistato le simpatie del pubblico americano. Ha vinto da irriducibile un match che è durato 4 ore e 24 minuti, trovando la soluzione al tie break del quinto set: 6-3, 4-6, 6-7, 7-6, 7-6. Non io, che rischio sempre di essere di parte, ma la stampa straniera ha definito l’incontro come la partita più bella ed emozionante dall’inizio del torneo. Da una parte della rete c’era un signore coi capelli grigi dall’altra l’agguerrito amante di kickboxing dagli occhi a mandorla, con i suoi seguaci Thai. Difficile descrivere ciò che è accaduto nel corso di un match, giocato con il cuore in gola, vinto e perso troppe volte. È stata una battaglia terribile. Abbiamo visto Srichaphan cadere stecchito per terra. «In quel momento – ha detto Sanguinetti – credevo che fosse morto. Ero preoccupato, ma anche sicuro di aver vinto. Poi di colpo lui è scattato in piedi per esibirsi in una sequenza di flessioni. Così l’ho mandato al diavolo». Sanguinetti aveva dovuto accettare anche un’interruzione per l’intervento del medico richiesta dall’avversario. Pausa che gli aveva fatto perdere il vantaggio di un break. A quel punto si è scatenato l’inferno. Il nostro «uomo vestito di grigio» è davvero impazzito tramutandosi nel Connors dei tempi migliori. Reazione che ha travolto l’intero stadio. I newyorchesi amano giocare assieme ai loro eroi. Il mite Sanguinetti, l’uomo beneducato che alla fine del match è corso ad abbracciare la moglie Thatiana, Alice la figlia di tre anni e Claudio Pistolesi il suo coach, ha trionfato.
Speriamo che i tre successi gli abbiano lasciato dentro il veleno necessario per affrontare oggi l’argentino Nalbandian. Si può sperare in un quarto di finale? Secondo me, a questo punto per lui è più facile battere Nalbandian di quanto non apparisse complicato il cammino percorso fino a qui, all’inizio del torneo. Davide ha fiducia. Fisicamente si sente forte. Ha rivelato che la dieta a zona ha molto migliorato la sua resistenza. Dopo tanto tempo ha riassaporato il gusto della vittoria. Anche il giorno di riposo tra un singolare e l’altro è importante.
L’ultimo italiano ad approdare agli ottavi è stato Pozzi nel 1994. Nella storia dell’US Open soltanto Corrado Barazzutti nel 1977 riuscì a piazzarsi in semifinale. Adriano Panatta nel 1978 fu fermato agli ottavi, da Jimmy Connors, che lo battè in cinque set grazie a un orribile giudizio arbitrale. Purtroppo la palla sul cemento non lascia traccia! Per Nicola Pietrangeli (il più forte di tutti con i suoi due trionfi al Roland Garros e la semifinale a Wimbledon negli anni Sessanta) gli US Open arrivavano in un mese sbagliato. D’estate in Italia si prendono le ferie. Nicola nel mese d’agosto non poteva rinunciare agli inviti della Principessa Mimosa del Drago. Dolci vacanze nella stupenda villa di Ischia. Serate a lume di candela, amici potenti, attori, belle donne, barche, champagne. Ma allora il tennis era un nobile sport. Chi giocava lo faceva a proprie spese. Era silenzioso. Non ci si sedeva ai cambi di campo. Tutti eravamo vestiti di bianco. Se il campione si sentiva male o era colpito da crampi usciva dal campo perché il gioco doveva essere continuo. È chiaro: eravamo tutti innamorati di uno sport pieno di fascino ma riservato ai dilettanti.