Dolce&Gabbana ha il tocco di Dalì

Ora la seduzione ha qualcosa di surreale. La nuova collezione inventa nuove strade per tornare all’antico. E ritrovare Marilyn

Milano - Ci son due scuole di pensiero nella moda ai tempi del low cost: spingere la ricerca stilistica ai confini della realtà oppure tornare ai valori di una tradizione che rassicura e conferma. Dolce&Gabbana sono gli unici in grado di percorrerle entrambe con una stupefacente collezione ispirata al movimento surrealista che da un lato apre nuovi orizzonti creativi perfino sul fronte della costruzione dei capi, ma dall’altro contiene tutti gli elementi per cui la griffe ha successo nel mondo tanto da dare lavoro a 3.593 dipendenti diretti a fronte di un fatturato 2008 (1.266,6 milioni di euro) cresciuto del 21 per cento.

In poche parole ragione e sentimento sono diventati la stessa cosa nell’inventare gonne con volumi a forma di vento e spalle iperboliche anche se prive d’imbottitura («fanno subito rétro» dicono giustamente gli stilisti) su cui le maniche di giacche e cappotti vengono attaccate in modo nuovo, per ridiscutere le regole sartoriali e inventare qualcosa che non c’è. Inevitabile a questo punto parlare di surrealismo come apertura mentale, spinta ad esplorare nuove strade, etica ed estetica per un mondo che vuole cambiare. Da qui l’idea di utilizzare come elementi decorativi degli accessori alcuni simboli ricorrenti nelle opere di Man Ray, Cocteau e Dalì.

Ma la forza dirompente di questa collezione sta nella ferma volontà di cambiare restando se stessi, d’andare avanti pur continuando a fare quel che si è sempre fatto. Il gran finale era affidato agli abiti da ballo «gattopardeschi» tipici per Dolce&Gabbana ma con l’inconfondibile viso di Marilyn stampato come un manifesto di bellezza e femminilità. Da Fendi si può definire surreale la ricerca sui materiali che partono in un modo e finiscono in un altro. Grazie a particolari lavorazioni a telaio con cui di solito si fanno i tappeti, il feltro diventa chiffon, lo zibellino si trasforma in volpe e il visone grigio in zibellino.

Saverio Moschillo, imprenditore irpino proprietario tra l’altro del marchio John Richmond, alla sfilata dell’adorabile stilista inglese lancia notizie rassicuranti: il suo gruppo che dà lavoro a 1.050 dipendenti e fattura 380 milioni di euro, sta per acquistare un’unità produttiva con 300 dipendenti e prevede altre acquisizioni in un prossimo futuro perché la crisi deve finire, come si dice al sud: «Niente è più nero della mezzanotte». Forse non a caso Richmond punta per il giorno al verde militare sapientemente distillato su giacche e cappotti anni Quaranta, mentre per la sera domina l’abbinamento nero e oro.

In ogni caso sul ritorno ai veri valori della tradizione e al rivestirsi come Dio comanda, nessuno ha scritto una pagina di pura eleganza come Max Mara, un marchio che fa onore all’Italia. Cappotti e tailleur nei classici toni del cammello, del grigio, rossi oppure neri erano autentici capolavori di solidità con piccole concessioni alla frivolezza per esempio nelle mezze maniche o nel lembo di foulard in tinta che spunta dalla gonna. Da Les Copains un impeccabile lavoro sul trasformismo della materia proietta il marchio nato dal mondo della maglia nelle categorie del nuovo.