Le dolci banalità di signora Confindustria

Ci prendiamo la libertà di parlare chiaramente. Ci attribuiamo il gusto di non avere alcun obbligo istituzionale. Siamo stufi dei bla bla. Delle cerimonie. Dei posti a sedere assegnati con il bilancino. Insomma non riusciamo a trovare nulla di entusiasmante nell’assemblea di Confindustria, se non la sua dimensione di kermesse dei potenti. La fiera delle banalità. Un immenso e costoso edificio per gratificare il ruolo di una pattuglia di industriali, che evidentemente non hanno molto di meglio da fare. Parole dure? Ma per carità. Non riguardano la sola Emma Marcegaglia, leader degli imprenditori italiani. E spiace rivolgerci solo a Lei, ultima di una lunga lista. La nostra è una provocazione dettata dalla stanchezza. Avete presente il film di Verdone, in cui la moglie stressata e torinese, si chiude nel bagno, e dice «Non ce la faccio più». Ecco siamo finiti in quel disperato girone. Ma per quale dannato motivo dobbiamo andare a Roma, prenotarci un volo Alitalia, spesso in ritardo o cancellato (a proposito di chi è Alitalia? è stata forse citata nel discorso di SuperEmma, sua veloce azionista?), prendere un taxi e fiondarci in un palazzo ad hoc (l’auditorium di Confindustria da anni non bastava più a contenere l’ego dei presidenti) e ascoltare quello che abbiamo letto su tutti i giornali per mesi. Non pretendiamo che il presidente di Confindustria dica qualcosa di rivoluzionario, ma che almeno dica qualcosa. Ma insomma. Veramente dobbiamo sorbirci: «Oggi è nostro dovere uscire dalla crisi»; «Per tornare a crescere bisogna già oggi rivolgere lo sguardo oltre la crisi»: «La spinta dovrà venire dall’innovazione tecnologica»; «L’economia italiana deve tornare a crescere»; «Per tornare a crescere servono le riforme»; «Le imprese italiane devono crescere dimensionalmente». E trallallera e trallalà. Così per un’ora. Il punto è che ciò che dice il presidente di Confindustria interessa poco o niente. Anche quando dice bene, anzi benissimo: sull’innalzamento dell’età pensionabile, sulla follia elitaria della Cgil o sullo scandalo dei pagamenti della pubblica amministrazione. L’assemblea della Confindustria è come una grande bolla in cui siamo tutti compresi. E non si riesce proprio a trovare uno spilletto per sgonfiarla. Ci teniamo tutti per mano per dirci quanto siamo interessanti e bravi. I giornalisti che notano, i politici che ci sono, i confindustriali che hanno fatto di viale dell’astronomia la filiale del proprio partito. È un chiacchiericcio continuo, che ha il solo, fondante e forte scopo di affermare ogni istante: io ci sono. Per alcuni è genuinamente l’occasione per appiccicarsi un’appartenenza e per giustificare al proprio contabile in azienda il pagamento della quota annuale di iscrizione. Sono gli imprenditori di Modena che arrivano con il torpedone; sono le giacchette blu che portano per mano il trolley della notte. Ebbene a loro ci rivolgiamo. Ma questa corazzata romana quanto può durare ancora? Quando tornate agli affari vostri, alle vostre aziende che con fatica e sudore tenete in piedi, come giudicate questa imbarazzata kermesse del nulla? Per quanto tempo sopporterete la ventesima fila dell’auditorium per ascoltare ciò che avete letto e sentito cento volte? Se alcuni sindacati soffrono dell’aria impiegatizia dei propri leader che hanno dimenticato la fabbrica, gli imprenditori si debbono sentire a disagio di questo brontosauro romano che li riunisce una volta l’anno. Certo la Confindustria è molto cambiata. La sua associazione più importante, l’Assolombarda, non trova tra i suoi seimila iscritti nessuno per la presidenza se non un ottimo manager pubblico. E così il parterre di ieri più che de roi sembra un parterre d’état, visto il numero di manager pubblici che ormai fanno parte dell’organizzazione. E così andremo avanti. Un nuovo anno, una nuova assemblea, lo stesso chiacchiericcio, la medesima liturgia. Che palle.