Il dollaro sfiora 1,38 ma per l’Europa non è ancora allarme

Toccato ieri il record storico La Bce, tuttavia, è pronta ad aumentare ancora i tassi

da Roma

Il dollaro è scivolato ieri al nuovo minimo storico sull’euro, toccando nella mattinata quota 1,3799. I mercati continuano a paventare ripercussioni sull’economia americana dei problemi legati ai mutui subprime (quelli concessi a clienti scarsamente solvibili), e prevedono che la Riserva federale sarà obbligata, prima o poi, ad allargare il credito, riducendo i tassi d’interesse. A questa situazione, ormai nota da tempo, si sono aggiunti ieri i dati negativi sul disavanzo commerciale Usa, che in maggio si è allargato a 60 miliardi di dollari, +2,3% rispetto ai 58,7 miliardi di aprile.
Il deficit commerciale americano è peggiorato, in particolare, a causa delle importazioni di petrolio. Infatti, nonostante il dollaro basso abbia spinto le esportazioni americane al livello record di 132 miliardi di dollari, le importazioni hanno toccato a loro volta il massimo di sempre, a 192,1 miliardi. Cifre davvero stellari, anche se «in linea con le attese - affermano alla Tempus Consulting di Washington -, e nonostante questo ci aspettiamo un dollaro ancora in ribasso: c’è assai poco, in termini di dati economici, che possa ribaltare questa tendenza».
Nella giornata di ieri, la soglia di resistenza di 1,38 dollari per euro ha tenuto. Ma secondo molti analisti, potrebbe non resistere a lungo, e a quel punto il cambio arriverebbe fino a 1,40. La moneta americana ha anche toccato il minimo di due anni e mezzo nei confronti del paniere delle sei principali monete internazionali. Fra i motivi che hanno spinto gli operatori a vendere la divisa statunitense, il report delle agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s che hanno lanciato l’allarme su 17 miliardi di crediti legati a mutui a rischio. Esponenti della Fed hanno smentito che ci siano pericoli in proposito. Ma le aspettative del mercato sono per un ribasso dei tassi Usa entro l’anno. Questo, accanto alla previsione di rialzi dei tassi da parte della Bce e della Bank of England, ha allontanato gli investitori dai bond Usa.
In effetti, la Banca centrale europea nel suo bollettino di maggio si è detta pronta a reagire se dovessero presentarsi rischi di inflazione. L’attività economica in Eurolandia, conferma la Bce, ha continuato a crescere «a ritmi sostenuti» nel secondo trimestre 2007; le prospettive continuano ad essere favorevoli, e «vi sono le condizioni per il perdurare di una crescita robustra nell’area dell’euro». In questo quadro favorevole, sottolinea l’istituto guidato da Jean-Claude Trichet, non mancano i rischi legati all’aumento delle pressioni inflazionistiche e in particolare al prezzo del petrolio.
Il rafforzamento dell’euro a livelli record non piace ad alcuni influenti Paesi europei, come la Francia. Il presidente Nicolas Sarkozy lo ha detto esplicitamente pochi giorni fa nel suo incontro con l’Eurogruppo a Bruxelles. Di avviso opposto la Germania. Il ministro delle Finanze Peer Steinbrueck ha affermato che la moneta forte non danneggia l’economia tedesca, aggiungendo che «la competitività non si decide nei mercati dei cambi ma nella capacità di innovare». Il supereuro, per il momento, «non rappresenta un problema» ha affermato il presidente di turno dell’Ecofin, il ministro delle Finanze portoghese Fernando Teixeira Dos Santos, in un’audizione al Parlamento europeo.