Il dolore è un cagnolino di peluche bianco e nero

È il dalmata che gli amichetti di Chiara hanno deposto sulla sua bara

nostro inviato a Bari
Il simbolo del dolore di Bari è un cucciolo bianco e nero. È un dalmata di peluche che gli amichetti di Chiara Aquaro hanno deposto sulla sua bara. Quella bianca. Quella piccina. È al centro accanto a quella della mamma Elisabetta. Poco più in là i feretri di Isabella, Carmela e Barbara.
Bari piange in silenzio cinque donne. Piange per cinque vite distrutte. E l'arcivescovo Francesco Cacucci scandisce quei nomi per sette volte durante la funzione. Piano, uno per volta. Piano perché tutti li sentano. Piano perché nessuno li dimentichi. Li scandisce da un microfono che non riesce ad arrivare alla gente che è rimasta sul sagrato della cattedrale di San Sabino. All'interno non c'è più posto: è una folla di mille persone, più altrettante all'esterno. È una folla composta, silenziosa. Si aspetta il segnale che libererà l'angoscia in un applauso. Anzi, in cinque applausi. Quel segnale arriverà alla fine della funzione, quando le bare saranno trasportate a spalla all'esterno. Davanti a tutte sempre Chiara e il suo peluche ora stretto tra le mani di nonna Anna Maria che cammina accanto al figlio, Vincenzo, fratello di Elisabetta e zio della piccola. C'è l'ha una famiglia, questa bimba. Ha anche degli amici che non hanno apprezzato l'uscita del vescovo di Palermo, come il magistrato-scrittore Gianrico Carofiglio: «È stato offensivo dire che Chiara non avesse nessuno che piangeva per lei, bisogna vergognarsi e il vescovo, con carità cristiana, ora dovrebbe chiedere scusa». Anche il sindaco Michele Emiliano è duro: «Ignobile».
È il contorno, questo. È il margine di una tragedia che non ha ancora un perché e che ha sconvolto questa città. La gente che riempie San Sabino è in lacrime, abbassa il capo ogni volta che sente pronunciare i cinque nomi, stringe le mani, prega, ascolta l'omelia dell'arcivescovo Cacucci: «Le nostre preghiere possono aiutarci ad avere uno sguardo di fede più limpido, possono farci vedere il volto di Dio, come è accaduto a Giobbe al termine del suo pellegrinaggio». Sulla bara di Isabella Ruta c'è un velo: avrebbe dovuto sposarsi nei prossimi mesi. Quell'aereo ha distrutto il futuro di questa giovane, come quello delle altre quattro persone chiuse nelle casse di legno che giacciono ai piedi dell'altare. È a loro che guarda la zia di Barbara Baldacci quando recita le sue preghiere: «Preghiamo per queste vite spezzate e per i loro familiari. E per Francesco, il fidanzato di Barbara, che è disperso. Preghiamo perché la mamma abbia almeno il suo corpo sul quale piangere. Ma preghiamo anche per eroi sconosciuti che ci hanno aiutato in questi giorni e per tutti voi che siete qui a salutare le vittime. Che Dio vi restituisca l'amore che ci state offrendo. Prego per un cameriere, un ragazzo di Palermo: è rimasto con noi, discreto come pochi. L'ho visto da lontano che a un certo punto si asciugava con un fazzoletto le lacrime che gli scendevano sul viso. Prego per Valentina, che è rimasta con noi sempre, senza abbandonarci per un solo momento».
Ascoltano Roberto Fusco e la sua fidanzata: sono in seconda fila, subito dopo quella dei parenti delle vittime. Loro ce l'hanno fatta, ma adesso hanno gli occhi lucidi dalla commozione. Restano muti quando un singhiozzo rompe il silenzio della cattedrale. Poi un urlo di disperazione, un pianto. Nessuno si muove, nessuno s'incuriosisce, lo capiscono le migliaia di persone che affollano la chiesa che quella è la voce di una mamma o di una nonna stritolata dal dolore. Non c'è curiosità, per una volta. Ritorna il silenzio: Cacucci benedice le bare. Venti uomini le sollevano. Per ognuna è pronto un ultimo applauso.