Il dolore delle donne nelle foto della McKinnon

Lucio Filipponio

«Il nome di mia madre è affanno. D’estate mia madre si affanna per l’acqua, d’inverno mia madre si affanna per cercare legna, tutto l’anno si affanna per cercare il riso. Il nome di mia madre è affanno» ripete come un’amara litania una ragazza dodicenne di Seul incontrando l’obiettivo della fotografa Sheila McKinnon, rivedendo nel presente della madre il proprio ineluttabile futuro.
Ventotto gigantografie dai colori sgargianti per raccontare lo strazio di una frangia di donne reiette, di un esercito silenzioso quanto sterminato, per numero e collocazione nel mondo, privato di ogni diritto e costretto a lavorare come ombre senza volto. In una parola, invisibili sono le donne che la McKinnon, nell’arco di dieci anni in giro per il mondo ha strappato, seppur nella fugacità di uno scatto, ad una quotidianità vile che si ripete ogni giorno uguale a se stessa, in mostra allo Shenker Culture Club fino al 30 marzo in collaborazione con il Comune di Roma e l’Aidos. La voce tremante ed il viso contratto dell’artista lasciano trasparire la dolorosa partecipazione, tutta personale, di donna prima che di fotografa, alla realtà immortalata mentre ci racconta la storia che accompagna ogni scatto. Una donna travasa dell’acqua e si dispera per le gocce andate perdute, una bambina vende al mercato la verdura stringendo tra i denti qualche banconota, mentre un’altra trasporta sul capo pietre per la costruzione di un edificio.
«Il colore viene utilizzato come strumento che penetra l’intimità femminile - commenta il vicesindaco di Roma Mariapia Garavaglia - testimone impietoso, di fatica, povertà, emarginazione, in contrasto con gli occhi delle donne che esprimono dignità e fierezza».
Tutte donne costrette ai lavori più umili ma anche più faticosi, da uomini, perché proprio questi ultimi, ci racconta la McKinnon, sono troppo impegnati a sorvegliare, comandare e punire l’altra metà del genere umano, resa invisibile perché costretta all’analfabetismo, al giogo di secolari retroterra culturali che rendono incoscienti. «In India - ci racconta la fotografa - esiste una casta di donne, la più bassa per gerarchia sociale, non solo invisibili ma anche intoccabili: escluse, reiette, inavvicinabili, schiave silenziose». Una mostra che vuole, a Roma poi Torino, Milano, Firenze, New York e Toronto, dare voce al dolore taciuto: «una carrellata di scatti che fa riflettere sull’arte della bellezza come sulla bellezza dell’arte della politica» conclude Luca Nitiffi, presidente Commissione Speciale Roma Capitale.