Dolore e rabbia ai funerali. E Veltroni se ne va dall’uscita secondaria

Folla dentro e fuori dalla chiesa per l’ultimo saluto alla donna uccisa a Roma. Sull’altare il sacerdote valdese e quello cattolico invitano alla speranza Ma tra la gente c’è chi grida: "Servono le leggi"

da Roma

Questo funerale è come un passo di danza in scarpette di velluto, un passo che resta sospeso sul filo affilato di una lama di rasoio. Da un lato c’è la rabbia, dall’altro il perdono, da un lato le grida (isolate) di chi chiede «vendetta», dall’altro le parole di pace del fratello di Giovanna. Da una parte la forza della famiglia, dall’altro la rabbia degli esasperati, da un lato le aggressioni consumate nella notte, dall’altro la solidarietà dei romeni della comunità di Sant’Egidio: e poi le lacrime del marito Giovanni, la folla delle cento divise che trovano posto sotto la navata, le facce terree dei politici in prima fila.
Tutti questi destini si celebrano in una mattina, in un’unica cerimonia, nella Chiesa del Cristo Re, con la gente fuori dal sagrato perché non c’è più posto, e un vecchietto fuori di testa con la bandiera della pace al collo che grida «Ci vuole la pena di morte!» e due omelie bellissime scandite nell’emozione di tutti da un sacerdote valdese e da uno cattolico. Sì, questo funerale è come un passo di danza sospeso, ma è anche bellissimo ed emozionante, ed la prima cerimonia di rito misto cattolico-valdese che si ricordi in Italia.
Giovanni Guarniero, capitano di vascello, marito di Giovanna è in prima fila. Resta chiuso nel suo cappotto, senza divisa: le lacrime gli rigano il viso e i singhiozzi a tratti lo scuotono. Non parlerà. Al suo fianco il padre di Giovanna, Mario, la madre Francesca e le sorelle Maddalena e Paola. Il fratello Luca, che va al microfono e cesella un discorso breve e folgorante, sul filo dell’amarcord: «Il babbo e la mamma ci hanno cresciuto nella tolleranza, ci hanno insegnato i nostri piccoli giochi, quando anagrammavamo le parole, o le ripetevano al contrario». Luca saluta: «Ciao sorella!». E se questa è anche una cerimonia civile, non può sfuggire che le due omelie, le parole del parroco della Marina, i segnali lanciati dalla famiglia, sono tutte insieme un titanico sforzo di combattere la rabbia e la disperazione, i desideri di giustizia sommaria. Davanti all’altare parla anche Maria Bonafede, «moderatore» della Chiesa Valdese (la massima autorità), che ha conosciuto bene Maria nei suoi anni di volontariato nella Chiesa di piazza Cavour: «La giustizia che anche Giovanna amava - dice - punisce i colpevoli, ma non cerca capri espiatori. Siamo cristiani perché siamo convinti dell’amore di Dio». In prima fila Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini commentano le orazioni a bassa voce. Ci sono la deputata diessina Roberta Pinotti, il vice coordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto, il capo di stato maggiore della Marina e il ministro dell’Interno Giuliano Amato. In seconda fila Walter Veltroni e Piero Marrazzo, Gianni Alemanno. Una ragazza in uniforme che si affianca a papà Mario per sorreggerlo, mentre pare che stia crollando sotto il peso dei singhiozzi. la signora Francesca, no, lei trattiene le lacrime.
E parla anche Antonio Adamo, pastore valdese, con le facciole bianche del colletto sulla veste nera (il paramento distintivo delle chiese riformate). Cita l’apostolo Paolo, e tiene incollati i respiri alle sedie, aprendo il suo discorso con questo interrogativo: «Chi osa oggi parlarci di speranza?». Anche la sua orazione è un passo sospeso fra passato e presente, fra la rabbia e la speranza: «La disperazione e il silenzio doloroso che avvolgevano l’umanità nel tempo di Paolo - dice - sono presenti anche oggi». Ma padre Adamo pensa che la speranza sia ancora possibile: «Si può resistere al male con le armi della pace, della mitezza, con le stesse armi che conoscevamo in Giovanna, con la sua tenace volontà di voler affermare le ragioni della vita». È altrettanto forte e sorprendente il discorso di don Patrizio Benvenuti, cappellano della Marina Militare. «Nella notte - dice - si alza la mano di Caino. Noi lo cerchiamo fuori, ma Caino è in noi: io vi confesso che mi sento Caino. Mi sento Caino quando torno a casa e trovo un letto caldo che mi accoglie, libri, musica. Io ho avuto istruzione, cultura, una famiglia, ma cosa mi sarebbe successo se non avessi avuto tutto ciò?». Poi, con un ruggito di ottimismo, scandito da una voce forte, calorosa e chiara: «Noi siamo una nazione immersa, ancora, nei valori cristiani. Il nostro amore ci guida, non l’amore sdolcinato, ma quello vero che significa forza! Valore! Volontà!». Ecco perché don Benvenuti chiude la sua omelia con parole dedicate agli stranieri, alla comunità che in queste ore è all’indice: «Ci sono tanti fratelli che non hanno pane. E quando dico pane non mi riferisco al frumento, dico il pane della conoscenza, dell’amore, del sapere. Parlo di quel pane!». Anche queste omelie sono un passo di danza sul filo della lama, una scossa che ti arriva alle viscere. Quando tutto finisce il sindaco Veltroni esce da un ingresso secondario, forse per evitare contestazioni. Fini esce dall’ingresso, sincronizzato con la bara, e si prende pure gli applausi (per lui, per Giovanna, o forse per tutti e due). Si sentono grida isolate, c’è una donna che pare pazza corre sotto le telecamere delle tv di Bucarest per gridare: «Attenti romeni, ci vendicheremo!». C’è n’è un’altra che grida «Fate le leggi!», un uomo che urla: «Abbasso Veltroni!». Ma il turbine del grida non diventa tempesta e Giovanni depone una rosa rossa sulla bara. Anche grazie a lui questo funerale è un passo di danza che riesce a restare in equilibrio senza precipitare nell’ira.