Dopo il dolore una notte di battaglia

Prima il dolore, poi la rabbia. Si è conclusa con una notte di battaglia l’ennesima domenica nera del calcio nella nostra città. Eppure, dopo la morte nell’autogrill toscano del tifoso laziale Gabriele Sandri, il pomeriggio era corso via relativamente tranquillo, con i tifosi della Lazio sulla via del ritorno da Milano dopo il rinvio di Inter-Lazio. Ma il fuoco covava sotto la cenere. Poco prima delle 18 il Viminale formalizza quello che è già nell’aria: Roma-Cagliari, posticipo serale, non si giocherà. È una decisione saggia, perfino inevitabile, visto che nel frattempo Radio tifo segnala che in tutta Italia sta crescendo la rabbia degli ultrà: ma pare quasi lo squillo di tromba che dà inizio alla battaglia.
I primi tafferugli iniziano attorno alle 18,30 quando gruppi di tifosi radunati davanti all’Olimpico, forse solo romanisti, più probabilmente romanisti e laziali insieme, aggrediscono con spranghe e bastoni due pattuglie di vigili urbani. «I responsabili della sicurezza cittadina - denuncia Gabriele Di Bella, segretario della Cisl polizia municipale di Roma - hanno tenuto un comportamento irresponsabile lasciando le pattuglie della polizia municipale da sole vicino allo stadio a fronteggiare gruppi di tifosi». Poi la polizia interviene in ritardo, spara alcuni lacrimogeni; i tifosi rispondono rovesciando cassonetti dell’immondizia e ciclomotori, distruggendo auto e pali stradali. Poi torna la calma vicino all’Olimpico ma i tifosi si dirigono verso la non lontana caserma Maurizio Giglio che ospita le volanti di polizia, in via Guido Reni: in duecento, incappucciati e armati di bastoni e spranghe e incappucciati, sfondano alcune vetrate di ingresso della caserma e attaccano i cancelli lanciando oggetti contundenti e rovesciando cassonetti della spazzatura. Gli agenti reagiscono in tenuta antisommossa. Nello scontro rischiano di restare coinvolti anche i passeggeri del bus 910, bloccato all’angolo con via Piero della Francesca proprio mentre si scatena la sassaiola dei tifosi. I quali lanciano anche alcune bombe carta e danno fuoco a un pullman e ad alcune auto della polizia: la notte di violenza si illumina a giorno. Scontri anche davanti al posto di polizia di Porta del Popolo.
La guerriglia non si ferma, e si sposta al Coni, al Foro Italico. Qui l’esercito degli ultrà sempre più inferociti si ingrossa: in ottocento assaltano la sede del governo dello sport, al palazzo H, e tendono una trappola ai poliziotti. Un primo gruppo entra dal lato dell’Olimpico, attira le forze dell’ordine e la guerriglia si scatena ancora. Poi i poliziotti cercano di evitare lo scontro diretto, e molti tifosi riescono a entrare negli uffici Coni, che vengono messi a ferro e fuoco. Poi circa duecento persone entrano anche nello stadio Olimpico, che diventa una terra di nessuno: i tifosi lo isolano con transenne e ne fanno una cittadella inespugnabile. Poi i tifosi se la prendono anche con i Carabinieri: una caserma vicino a Ponte Milvio viene colpita da sassi e petardi e anche una vicina pasticceria finisce danneggiata. Ma la notte di fuoco sembra appena all’inizio. Un primo bilancio, stilato in tarda serata, parla di almeno una decina di feriti tra le forze dell’ordine (ma qualcuno dice che sono decine) e di tre persone arrestate, due nel corso dell’assalto di via Reni e una terza dopo l’assalto al Coni.