Una domanda anche sui beni della Tulliani

Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, come è noto. Figuriamoci se quelle delle mogli, o compagne come si usa dire oggi, debbano essere ascritte ai mariti. Ma se il marito è un moralista pubblico, un fustigatore di costumi, se per di più è anche presidente della Camera dei deputati, beh allora un po' d'ordine andrebbe fatto anche in famiglia. È il caso, a nostro avviso, del presidente Gianfranco Fini e della compagna, Elisabetta Tulliani.

La signora, come ha documentato il Giornale domenica scorsa, è stata denunciata dal suo ex compagno, l'imprenditore Luciano Gaucci, per appropriazione indebita. Gaucci è stato inquisito, assieme ai figli Riccardo e Alessandro, per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta. Le sue imprese infatti sono andate a gambe all'aria lasciando a secco creditori e fisco. Gaucci ha ammesso di avere intestato, poco prima di fallire e di fuggire a Santo Domingo, una ingente quantità di beni immobili e mobili (case, appartamenti, quadri di valore e auto di lusso) alla sua compagna di allora, l'attuale lady Fini, e ai suoi familiari proprio per sottrarli al crac e garantirsi una vecchiaia più agiata. Beni che ora la famiglia Tulliani (secondo Gaucci fece semplicemente da prestanome) si rifiuta di restituire al legittimo proprietario.

Non sono un giurista, ma il semplice buon senso dice che quel tesoretto non solo non è più di Gaucci, ma eventualmente neppure dei Tulliani. Quel patrimonio andrebbe infatti utilizzato per risarcire, fin dove possibile, i creditori del gruppo Gaucci e il fisco italiano. La distrazione di beni di una persona sull'orlo del fallimento e conscia di esserlo allo scopo di occultare ricchezze è infatti un reato, e pure grave. Ora, è ovvio che sarà un tribunale (il processo è in corso) a stabilire se Elisabetta Tulliani (all'epoca praticamente nullatenente) fosse consapevole dei motivi di tanta generosità da parte del compagno, ma se per caso il presidente Fini avesse goduto anche solo in parte di quei beni (per esempio una casa) sarebbe comunque un problema etico e politico non indifferente. Può un presidente della Camera anche solo rischiare di essere coinvolto in una vicenda familiare di un eventuale concorso in bancarotta fraudolenta, al di là del fatto che il reato sia prescritto, cioè di soldi sottratti a poveri cristi e allo Stato del quale rappresenta la terza carica? E a maggior ragione può farlo un presidente che pretende dagli altri un rigore morale tale da chiedere le dimissioni da ogni carica politica di persone semplicemente indagate, cioè in assenza di sentenze non solo definitive ma addirittura di primo grado?

Ieri Elisabetta Tulliani ha dato mandato ai suoi legali di querelarci. La nostra colpa? Aver pubblicato atti giudiziari, quelli relativi alla causa che le ha intentato Gaucci. Strano, evidentemente lady Fini non la pensa come il marito, che di recente ha intrapreso feroci battaglie contro la legge sulle intercettazioni che limita la libertà dei giornali di rendere pubblici atti giudiziari. Prima di tutto, sostiene Fini, viene la libertà d'informazione, soprattutto se si tratta di personaggi pubblici che non devono avere diritto alla privacy. Evidentemente marito e moglie non si parlano. O forse si parlano, ma sono giunti alla conclusione che quello che deve valere per gli altri non deve valere per loro. Se questo è il «Futuro e libertà per l'Italia» che ci aspetta, siamo messi proprio bene.