Una domanda, non un giudizio

A Mina Welby. Se l’ho ferita, certo involontariamente, le chiedo scusa. Ma è difficile sostenere, sempreché le parole siano ancora provviste di senso, che suo marito e il professor Luca Coscioni non abbiano mai chiesto di morire, mai invocato il diritto all’eutanasia, in ragione delle loro insopportabili sofferenze. Credo d’essermi attenuto - nel formulare una semplice domanda, non un giudizio - alla ricostruzione che la più imparziale delle fonti, l’agenzia Ansa, fece a suo tempo della vicenda di Piergiorgio Welby, riportando il pensiero dello psichiatra Alessandro Grispini che lo aveva visitato: «Per quanto inaccettabile si dovrà fare i conti con il fatto che un uomo lucido, ben assistito, nel pieno delle sue facoltà intellettuali chieda di essere liberato da un corpo malato che ormai da un tempo, giudicato da lui troppo lungo, lo fa soffrire al punto di rendergli la vita insopportabile» (19 dicembre 2006, ore 18.57).
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A Maria Antonietta Farina Coscioni. Sono rimasto anch’io turbato, domenica mattina, nell’ascoltare Radio Radicale che a proposito della mia domanda posta a Salvatore Conese commentava: «Veramente la cosa più infame che abbiamo letto su un giornale da tanto tempo a questa parte». Poiché lei è dolorosamente coinvolta nei fatti assai più del conduttore di Stampa e regime, la pacatezza della sua lettera testimonia che la presidente dei radicali è migliore di taluni radicali. Fa ben sperare per il futuro.