Domani la fiducia Rabbia nell’Unione contro il premier

Consiglio dei ministri straordinario, tensione sugli emendamenti. Parisi: dissento sui tagli alla Difesa

Fabrizio Ravoni

da Roma

La misura dello scoramento dentro la maggioranza sulla Legge finanziaria arriva in serata, al termine di una riunione sul maxi emendamento alla manovra, sul quale il governo chiederà la fiducia. Viene da Alfiero Grandi: «Dovevamo fare come Tremonti», dice il sottosegretario all’Economia. Gli fa eco Michele Ventura: «Hai ragione. Era evidente che sarebbe finita così. Con una Finanziaria da 200 e passa articoli era il minimo che poteva avvenire». Con un maxi emendamento alla manovra che nessuno conosce; con un voto di fiducia che rischia di slittare a domenica; con mezzo governo in rivolta, a partire da Arturo Parisi che, in una nota, esprime «tutto il dissenso e la preoccupazione» per i tagli alla Difesa.
Per tutto il giorno, il relatore di maggioranza prova a battere sul tempo il governo. Fra lui e il sottosegretario all’Economia Nicola Sartor presentano in aula un’ottantina di emendamenti, benché in un corridoio laterale di Montecitorio il maxi emendamento del governo alla manovra prendeva forma. L’obbiettivo dichiarato della maggioranza è quello di «convincere» il governo a inserire nel maxi emendamento del governo quelli presentati in aula. Un pranzo a Palazzo Chigi fra Prodi e Padoa-Schioppa sembra assecondare - all’inizio - questa eventualità.
Così i capigruppo della maggioranza tentano di scoprire (senza successo) se i «loro» emendamenti sono presenti nel maxi del governo. Si fa vedere Clemente Mastella. Si fa sentire Antonio Di Pietro. Tutti un po’ sospettosi sulle scelte del governo. «In fin dei conti - gioca con le parole Ventura - bisogna fare a fidarsi. E io mi fido».
Un’opinione non condivisa dai gruppi parlamentari, e da mezzo governo. I loro tentativi di forzare il maxi emendamento vengono tutti respinti. Solo qualcuna modifica trova spazio negli emendamenti del relatore; come quella che «salva» i ministri e sottosegretari (in primis, Padoa-Schioppa e Sartor) non parlamentari dal taglio del 30% dell’assegno o l’altra che esclude il Fondo per il Sud dalle copertura della manovra. Passa anche un emendamento di Daniela Santanchè: riduce del 15% le liquidazioni che superano il milione e mezzo di euro per creare un fondo per l’istruzione delle immigrate.
Quando la pressione si fa troppo forte sul fronte emendamenti, il centrosinistra prova a cercare una sponda con l’opposizione. «Che volete fare», chiede Dario Franceschini agli uomini di Forza Italia. «Nulla - è la risposta ironica -, sospendiamo la seduta per darvi modo di fare questo maxi emendamento». «Finiamola con questa farsa», commenta Alberto Giorgetti di An. E il suo gruppo ritira tutti gli emendamenti. Bertinotti accetta la richiesta dell’opposizione: o il maxi emendamento viene presentato entro mezzanotte, o il voto di fiducia slitta a domenica.
Palazzo Chigi capisce che il clima si sta surriscaldando. Così (dopo averlo smentito per tutto il giorno) convoca un Consiglio dei ministri straordinario per autorizzare il governo a chiedere il voto di fiducia. L’obbiettivo è quello di bloccare le modifiche che possono arrivare dai gruppi di maggioranza, cristallizzare la situazione. Nella notte gli uffici verificano l’ammissibilità dei 1.200-1.500 commi del maxi emendamento.
E oggi Prodi e Padoa-Schioppa dovranno superare lo scoglio del Cipe. In quella sede i ministri Bersani, Di Pietro, Mussi, Parisi, Rutelli chiederanno lumi sulla creazione di un Fondo di compensazione che avrebbe dovuto bilanciare i tagli ai rispettivi ministeri. Il Fondo, però, è di solo 300 milioni. Così saltano gli impegni assunti con la Legge Obbiettivo, con il progetto di caccia europeo Eurofighter, con le infrastrutture della Guardia di finanza.