Da domani i Pirenei: ultima chiamata per battere Armstrong

Due tapponi per Basso, Ullrich e gli altri: chance finale per evitare che Lance si ritiri da invincibile

nostro inviato a Digne les Bains
Eventualmente, tra una fiala e l’altra, un arresto e l’altro, una canaglia e l’altra, si potrebbe persino parlare di Tour. I francesi lo fanno con fuochi d’artificio, senza risparmio di superlativi, stravolti di pazza gioia per un evento che dal loro punto di vista è memorabile, anzi superbe, come strillano in tv: un corridore francese, Moncoutié, di una squadra francese, la Cofidis, che casualmente ha la divisa degli stessi colori della bandiera francese, centra la prima vittoria francese nel giorno più francese, il 14 luglio della festa nazionale.
Di fronte a tanto entusiasmo per la vittoria in una frazione di quarto livello, viene da pensare a cosa dovrebbe succedere negli Stati Uniti fra una settimana, di fronte alla fondatissima eventualità del record impareggiabile di Armstrong (sarebbero sette Tour consecutivi). Lasciando ai francesi la loro superba festona di consolazione, è probabilmente di questo che conviene parlare: ecco, Armstrong ha già vinto il Tour? Scendendo verso la Provenza, in un effluvio di lavanda (Digne ne è la capitale: qui anche i sudati sanno di buono), la sensazione è deprimente: classifica alla mano, Armstrong appare inamovibile. Non tanto per la forza, che pure resta ragguardevole, quanto per la «gnagnera» dilagante tra i presunti avversari. Dopo la due giorni alpina, si respira nell’aria – assieme alla lavanda – una sensazione tremenda: che già tutti pensino al piazzamento. Però diciamolo: se il sogno di gente che prepara tutto l’anno solo il Tour è ritagliarsi un angolino a latere nella foto ricordo sui Campi Elisi, possono tutti quanti andare a nascondersi. Stiamo a processare Armstrong perché corre solo il Tour, ma lui almeno lo vince sempre. Questi fanno lo stesso, salvo recitare immancabilmente da comparse.
Non per puro nazionalismo – con i francesi, non potremmo competere – ma per semplice spirito di equità, fuori da questo discorso deve stare soltanto il nostro Basso, che comunque ha già sulle spalle un Giro molto faticoso: tornasse sul podio, lui sì potrebbe goderselo come un successo. Ma gli altri? I fenomeni della telefonia tedesca, quel Klöden e quell’Ullrich che ogni anno annunciano sfracelli, al momento sono come una cellula in sonno: battuti a Courchevel, accodati a Briançon, incapaci di inventare agguati nel saliscendi verso Digne. Praticamente inattendibili. Meglio, molto meglio, il giovane talento spagnolo di nome Valverde, ma ancora acerbo per chiedergli la storica impresa. Quanto a Rasmussen, il più vicino in classifica ad Armstrong, sta davvero andando forte: ma un tizio che esplode a 31 anni si porta sempre dietro un qualcosa di inesplicabile.
Mettiamoci il cuore in pace: ancora pochi chilometri, e in occasione del week-end apprenderemo l’ultimissima verità. Nelle due tappe pirenaiche, che tutti aspettano come il giudizio universale, sapremo definitivamente se Armstrong può avviarsi a una luminosa pensione col suo settimo Tour in tasca, oppure se qualcuno saprà inventarsi avversario vero. La sensazione è che al momento gli avversari più insidiosi si chiamino febbre, mal di testa, Tir contromano o salmonellosi. Gli altri, quelli del gruppo, meritano comunque la prova d’appello. Concediamola. Se falliscono anche questa, però, tacciano per sempre.