Domani l’apertura tra promesse e realtà

Bisogna puntare su una maggiore comunità d’intenti da parte di tutte le associazioni a difesa dell’intera categoria

Il rito sta nuovamente per ripetersi. Le prime luci di domani ci vedranno tutti pronti per la nuova apertura di un’ennesima stagione venatoria, chi con molte licenze alle spalle, chi invece neofita dell’arte cinegetica, fianco a fianco per celebrare un evento che conserva significati ancestrali nonostante ci si trovi in pieno III millennio. Il popolo di Diana, come qualcuno lo definisce con metafora abbastanza felice, è composto da persone di ogni ceto e condizione socio-economica che, magari in città non si scambierebbero nemmeno un saluto, e che, al contrario, in campagna, quando i cani si incrociano, fraternizzano, si fermano per due parole o per fumare una sigaretta, insomma stabiliscono un rapporto umano veloce ma importante.
Qualcuno definisce i cacciatori «criminali» e «assassini», ma molto probabilmente l’autentico criminale e terrorista psicologico è proprio colui che sbandiera queste accuse. Cittadini come tutti gli altri, i cacciatori italiani nutrono parimenti speranze e avanzano rivendicazioni e richieste alla politica, tanto quanto farebbe e fa qualunque altra categoria sociale. Richieste cui la politica medesima risponde in due possibili modi: promesse mantenute e promesse rimaste tali. Nel primo ambito possiamo inscrivere, in maniera generalizzata, l’operato delle Regioni; nel secondo ambito, possiamo senza dubbio far rientrare il (non) operato del Parlamento.
Che la legge 157 sia da riformare, ne sono convinti tutti: tuttavia, se si fosse privilegiato un approccio più tecnico e meno demagogico, probabilmente non saremmo qui ora a discutere di una modifica che, se verrà, sarà approvata dalla prossima legislatura dopo le elezioni del maggio 2006. Peraltro, tale genere di approccio era stato sin dall’inizio suggerito dalle associazioni riunite nella Face Italia (Anuu, Federcaccia, Libera Caccia ed Enalcaccia), come i molti documenti prodotti e consegnati alle forze politiche sin da tempi non sospetti ben testimoniano, ma qualcuno ha preferito battere altre piste, magari utili per raggranellare voti ma sterili ai fini del risultato: il bene della caccia.
È esattamente di questo che dobbiamo discutere e questo deve essere il nostro obiettivo, perché noi la caccia la conosciamo bene e la amiamo di per sé, non in quanto strumento utile per perseguire finalità diverse. Crediamo di essere stati il più possibile realistici e non propagandistici, come attestato dalle modifiche di determinati articoli della 157 da noi indicate o appoggiate: giova qui rammentare che nel corso dell’incontro intrattenuto a Roma il 15 maggio scorso con l’Unione di centrosinistra, i partiti di tale coalizione riconobbero l’equilibrio e la ragionevolezza delle modifiche proposte dalla Face Italia. Ma tant’è, siamo bloccati e per il cosiddetto «Ddl Onnis», il cui esame in aula è stato procrastinato a metà di settembre, certuni già recitano il de profundis.
Chiaramente l’ottimismo, senza scadere nell’ingenuità, deve comunque prevalere nei nostri pensieri e allora possiamo dargli un po’ di ossigeno guardando all’operato di molte Regioni che, seppur nelle curve strette della 157, hanno potuto e voluto provvedere con leggi ad hoc che hanno sensibilmente migliorato la situazione della caccia sui rispettivi territori. Pensiamo alla Toscana con la sua mobilità funzionante da anni e con lo svincolo dall’opzione fissa di caccia per un numero prefissato di giornate. Pensiamo al Veneto, con una regolamentazione sulle deroghe tra le più efficienti d’Italia. Pensiamo alla Lombardia con un calendario venatorio approvato con legge e idem dicasi per le deroghe e, da quest’anno, anche per le catture di richiami vivi. Pensiamo all’Emilia-Romagna, con un calendario venatorio approvato con legge e un’ottima legge sulle deroghe. Pensiamo alla Liguria, che da tempo ha ripristinato maggiori equilibri tra aree protette e aree a caccia programmata nonché alla sua legge sul prelievo in deroga. Pensiamo alla Puglia, con una riperimetrazione più favorevole degli Atc e una mobilità garantita per la migratoria almeno ai residenti.
Gli esempi positivi sarebbero più numerosi, ma non necessita citarli tutti: necessita invece acquisire coscienza di quanto esiste di positivo, senza continuare ad accanirsi unicamente sui dati negativi, vecchio vizio del cacciatore italiano medio. Quanti si sono accorti - benché ne abbiamo data subito ampia notizia - della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del Decreto ministeriale del 25 marzo 2005 a firma del ministro Altero Matteoli per l'annullamento della deliberazione 2 dicembre 1996 del Comitato per le aree naturali protette? È un fatto di capitale importanza, perché la deliberazione annullata era quella che equiparava i siti di Natura 2000 (Zps e Sic) alle aree naturali protette di cui alla legge n. 394/91, con le ovvie conseguenze del caso per l’attività venatoria. Da adesso si può quindi impostare un percorso razionale e rispettoso del dettato dell’Ue, da definirsi sito per sito senza apriorismi oscurantisti ma improntato a calibrate considerazioni tecniche.
Il bilancio complessivo, dunque, non è particolarmente deludente o particolarmente esaltante. Ciò che rimane al contrario totalmente negativo è la solita lotta fratricida che attanaglia il mondo venatorio, chi per una forma di caccia, chi per l’altra e l’un contro l’altro armati dinnanzi a un associazionismo che cerca solo di raggranellare qualche manciata di tessere in più. Guerra tra poveri, guerra tra stupidi, ecc. ormai l’abbiamo definita in mille modi diversi, ma la sostanza non muta e se i cacciatori continueranno a essere troppo divisi, non potranno nemmeno recriminare per il mancato raggiungimento degli obiettivi d’interesse comune. Chissà se qualcuno finirà per capirlo.