Domani il Leonka va in Comune per farsi dare il centro sociale

Mentre continuano le polemiche sugli scontri e le devastazioni di Roma e si cerca di capire chi siano esattamente gli infiltrati al corteo - ultras, autonomi, anarchici, sigle politiche - responsabili di scontri e violenze, domani si terrà un nuovo incontro sul Leoncavallo, questa volta a Palazzo Marino. La storica Elena Aga Rossi sostiene che «sarebbe necessario analizzare la sostanza di molti centri sociali attivi in Italia». «Ritengo che ci sia eccessiva tolleranza da parte delle istituzioni, troppo timorose di chiuderli quando, invece, si dovrebbe farlo - spiega -. In altri paesi si procede in questo senso quando le istituzioni funzionano come garanzia del diritto e delle leggi, da noi si temono invece le conseguenze e le polemiche. E, sbagliando, non si agisce».
Non la pensa così Marco Granelli, assessore comunale alla Sicurezza. «Sui centri sociali milanesi va fatta una doppia operazione: da un lato bisogna arginare in anticipo le situazioni illegali e che creano disordine, dall’altra parte bisogna lavorare per capire dove ci sono risorse positive per la città e portarle alla normalizzazione. Bisogna portare alla luce del sole - conclude - gli aspetti positivi di alcune realtà per legalizzarle». Dopo il Leoncavallo quindi è possibile pensare che vengano legalizzati altri centri sociali? «Sì se riusciremo a risolvere la questione, si potrà pensare anche di mettere in regola anche altre realtà».
Nonostante le cautele del caso, proseguono le trattative, condotte da don Gino Rigoldi, incaricato da Giuliano Pisapia di fare da mediatore, per chiudere l’annosa vicenda entro Natale. Domani dunque si terrà il secondo incontro, quello che dovrebbe definire meglio i profili del progetto. Al tavolo Gianni Confalonieri, direttore delle Relazioni Istituzionali e con la Città di Palazzo Marino, Daniele Farina, coordinatore di Sel e presidente della Fondazione «La città che vogliamo», le mamme del Leoncavallo, alcuni rappresentanti del centro, la famiglia Cabassi. La soluzione che sembra profilarsi all’orizzonte, come anticipato dal Giornale, prevede che gli autonomi si restringano in una parte dell’ex cartiera mantenendo il salone dei concerti, la cucina, la libreria e qualche spazio al primo piano, per cui si impegnano a concludere i lavori di messa a norma e a pagare l’affitto. Lo stabile sarà ceduto dal gruppo Cabassi al Comune, in cambio di una cascina demaniale fuori città, di pari valore.
Nel resto della struttura, don Gino Rigoldi sta lavorando per realizzare da una parte un pensionato universitario o una struttura per richiedenti asilo politico, dall’altra laboratori pensati in modo specifico per avviare al lavoro i ragazzi del carcere Beccaria, di cui don Gino è cappellano. In cantiere la realizzazione di un laboratorio per quadri elettrici industriali, o in collaborazione con Slow food, un centro agricolo biologico. Bene, ma chi paga? Don Gino si sta occupando anche del fund raising: in corso trattative super riservate con alcuni finanziatori, enti, fondazioni - esclusi gli istituti bancari -, e famiglie milanesi «illuminate».