Domani il Papa abolirà il limbo

</B>Luogo è là giù non tristo da martìri/ ma di tenebre solo, ove i lamenti/ non suonan come guai, ma son sospiri./ Quivi sto io coi pargoli innocenti... (Purg., canto VII)

Addio al limbo. Si chiudono domani i lavori della Commissione teologica internazionale che da lunedì scorso è riunita in Vaticano, coordinata dal cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, con il compito di fare chiarezza sulla «sorte dei bambini morti senza battesimo nel contesto del disegno salvifico universale di Dio». È questo il titolo di un documento di prossima uscita, che dovrebbe sancire il definitivo tramonto di quel luogo – anzi di quello stato – nel quale per secoli si è creduto esistessero le anime dei bambini morti senza battesimo.
La Commissione teologica ha discusso anche dell’identità della natura, del metodo della teologia come «scientia fidei» e dei fondamenti della legge morale naturale. Non c’è dubbio però che sia proprio il limbo e la sua abolizione ad attirare la maggiore curiosità. Domani i membri della commissione saranno ricevuti da Benedetto XVI che pronuncerà un discorso sugli argomenti trattati dai teologi. È già noto quale sia, in proposito, il pensiero di Joseph Ratzinger. Nel libro Rapporto sulla fede (1984), scritto con Vittorio Messori, si legge infatti che «il limbo non è mai stata una verità definita di fede. Personalmente - parlando più che mai come teologo e non come Prefetto della Congregazione - lascerei cadere questa che è sempre stata soltanto un’ipotesi teologica».
Il limbo (dal latino «limbus», lembo, orlo) era considerato un luogo ai margini del paradiso dove finivano i bambini morti senza battesimo, ai quali non possono essere imputate colpe, ma non essendo rinati «nell’acqua e nello Spirito Santo» hanno mantenuto la colpa di Adamo con la quale ogni uomo nasce secondo la dottrina cattolica e pertanto sarebbe loro precluso l’ingresso nel regno di Dio. Per loro, secondo la teologia tradizionale, non c’è nessun castigo, ma anzi il godimento di «una certa beatitudine naturale». «Saranno felici di partecipare largamente della bontà divina nelle perfezioni naturali» scriveva in proposito San Tommaso d’Aquino. La definizione del limbo si è affermata nel corso dei secoli pur senza diventare mai una dottrina vincolante della Chiesa. Nel Catechismo di San Pio X si poteva leggere: «I bambini morti senza battesimo vanno al limbo, dove non godono Dio, ma nemmeno soffrono; perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il paradiso, ma neppure l’inferno e il purgatorio». Ben diverso, invece, è l’approccio espresso dal nuovo Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicato nel 1992, che al numero 1261 recita: «Quanto ai bambini morti senza battesimo la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come appunto fa nel rito dei funerali per loro. Infatti, la grande misericordia di Dio, che vuole che tutti gli uomini siano salvati, e la tenerezza di Gesù verso i bambini \ ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza battesimo». Nessun accenno al limbo, come si vede. È evidente dunque che c’è stata un’evoluzione da una concezione più rigorista (niente battesimo, niente paradiso) a una più possibilista: li affidiamo alla misericordia di Dio.
Giovanni Paolo II aveva definito questo problema «del massimo interesse» e ora viene studiato proprio su suo suggerimento, anche se è bene precisare che la Commissione teologica internazionale non è un organismo della Santa Sede e i pareri che esprime sono contributi al dibattito, non atti del magistero. L’attualità del tema è data anche dal fatto che oggi è invalsa la pratica di spostare a qualche mese dalla nascita l’amministrazione del battesimo, che un tempo era invece celebrata nei giorni immediatamente successivi al parto. Il motivo è quello di consentire un’adeguata preparazione dei genitori e magari di riavvicinarli alla fede. Si è però andata un po’ perdendo, nella concezione comune, la percezione del battesimo come dono da amministrare quanto prima, in quanto necessario per togliere la macchia del peccato originale. Quando Papa Wojtyla, nell’ottobre 2004, chiese ai teologi di studiare la questione, spiegò che «non si tratta di un problema teologico isolato», perché «tanti altri temi fondamentali si intrecciano intimamente con questo: la volontà salvifica universale di Dio, la mediazione unica e universale di Gesù Cristo, il ruolo della Chiesa sacramento universale di salvezza, la teologia dei sacramenti, il senso della dottrina del peccato originale».