Domenech, il ct attore e bagarino che ha trovato la finale negli astri

Nostro inviato a Monaco

S’è messo in coda ai grandi, ma poi ha dimostrato di saperci fare. I grandi sono Antioco, Tolomeo, Leucippo, Teucro, Federico II di Svevia, François Mitterrand ed anche Hitler. Poi c’è lui Raymond Domenech, uno nato per studiare l’astrologia, un umanista come i pensatori classici di cui sopra che studiavano l’universo e come gli altri, Führer compreso, che credevano nelle stelle. Dunque perché stupirsi se, fin da quando gli hanno dato la panchina di Francia (estate 2004), non ha smesso di raccomandarsi: tenetevi liberi per il 9 luglio, quel giorno giocheremo la finale, poi torneremo a Parigi per le feste. Una speranza costata poco: 500mila euro per due anni. Le stelle devono avere già detto a Domenech come finirà. Sennò perché tanta sicurezza in un tecnico che ha passato dieci anni alla guida dell’under 21, rimediando più batoste che successi, e finora ha vinto soltanto un campionato di seconda divisione con il Lione? Mistero. Mistero è una parola chiave della filosofia di questo ometto che, per certi versi, sembra la reincarnazione di un Charlot: occhi febbrili, abiti e scarpe datati, elettrico, antipatico, scostante, incapace di tener buoni rapporti con Zidane, anche teatrale, un’altra passione che ha nel sangue. Ha recitato sul palcoscenico, Cechov, Ionesco, non cose dappoco. Recita davanti ai giornalisti. Prima di essere nominato ct, garantì: «Il giorno in cui quel posto sarà vuoto, io sarò là a riempirlo». Se poi vai a rovistare nella pattumiera ci trovi quella storia di Usa ’94. Deve andare a seguire una partita a Boston per conto della federazione, poi gli dicono: non occorre. Ma è andato lo stesso: per vendere il biglietto davanti allo stadio. Glielo comprarono due poliziotti in borghese, che poi lo portarono in cella per una notte. Negli Stati Uniti non è aria per i bagarini.
Domenech ha visto crescere tutti i giocatori di questa nazionale ma solo Vieira, Henry, Sagnol e Gallas sono rimasti suoi fedelissimi. Zidane e Thuram avevano preferito lasciare prima di sorbirselo ancora. Poi ci hanno ripensato. Bisogna capire. Domenech crede negli astri, dunque nei segni zodiacali: non farebbe mai giocare due scorpioni insieme. «Sennò giocano fra di loro. Vanno insieme solo se la situazione è disperata». Guai mettere un leone in difesa. «Prima o poi avrà voglia di provare qualcosa di difficile». Mica facile mettere insieme una squadra con questo planetario nella testa. Non a caso gli sono occorsi ventitré mesi e ventisei match per trovare la formazione titolare che, in questo mondiale, ha fatto giocare tre volte di fila. Nella storia del calcio francese non capitava dal mondiale del 1958. Eppure quando sono tornati il «cancro» Zidane e il «capricorno» Thuram, lui vanitoso «acquario» ha dovuto mettere da parte l’istinto di superiorità e far quadrare la squadra. Zidane è tornato, Trezeguet se n’è tornato in panchina, come gli era capitato pure nella under 21. Dice il ct: «Un campione non lascia il suo posto, glielo si toglie». Appunto.
Ed ora sotto con l’Italia che non gli è mai stata simpatica. Con la under ha rimediato due legnate, che ci fosse Maldini oppure Tardelli in panchina. Lui urlava: «Il vostro calcio è vecchio, sparagnino, antispettacolare». E quelli vincevano. Oggi dice: «In questo mondiale ci sono state due sorprese: la nostra vittoria sul Brasile e quella dell’Italia sulla Germania. Chapeau agli azzurri. Ma io ho cancellato De Coubertin dal mio vocabolario». Leggete gli astri.