Domenica delle Palme

Per indicare un fuoco di paglia i siciliani dicono, poeticamente, «’n’alligrizza ’n’sonnu». Traduzione: una gioia nel sogno. Infatti, poi ti svegli e la scena cambia. Così è questa festa, che prelude al tempo del cordoglio per il mondo cristiano. Più che con foglie di palma, non troppo diffuse da noi, la si commemora con rami d’ulivo benedetto, a ricordare quel «re di pace» che fece il suo ingresso trionfale in Gerusalemme su un asinello, come volevano le Scritture. Qualche giorno ancora e quella stessa città avrebbe incoronato il Cristo con ben altra corona. Come mai questo cambiamento repentino, dagli osanna agli insulti? Si può solo supporre che non si trattasse delle stesse persone. Nei giorni della Pasqua ebraica Gerusalemme era piena all’inverosimile di gente venuta da ogni parte dell’impero romano per adempiere al precetto, doveroso per ogni pio ebreo. Durante il processo davanti a Pilato, come ben si vede nelle migliori ricostruzioni filmiche, il luogo era circoscritto e non ci stava una folla soverchiamente numerosa. Dunque, è plausibile che i sinedriti ostili al Nazareno siano riusciti a popolare quel cortile di loro simpatizzanti, come del resto lascia capire il Vangelo. Se così non è, si entra nel mistero. Infatti, bisogna essere pazzi per cambiare idea così repentinamente e plaudire alla messa a morte di uno, sotto ai piedi del cui somaro si è disteso il proprio mantello solo qualche giorno prima. Tutto sommato, questa Domenica delle Palme, è una festa triste, un fuoco fatuo che già domani cederà al tempo della penitenza. Fino a domenica prossima.