Domenica Mazzolini ha ceduto alla diocesi di Piacenza un’eccezionale collezione di capolavori del Novecento valutata cinquanta milioni di euro L’infermiera che ha ereditato il museo da sogno

Francesca Amè

da Milano

Domenica Rosa Mazzolini è una donna coraggiosa. Ha passato lunghi anni con il camice di infermiera in uno studio medico milanese, oggi veste (con somma discrezione) i panni di una grande mecenate: ha infatti dato corpo a una collezione d’arte contemporanea assolutamente inedita. La Collezione Mazzolini, si chiamerà. Per capire meglio come stanno le cose, cominciamo dalla fine di questa storia di straordinaria generosità.
Nel febbraio dello scorso anno la signora, oggi settantacinquenne, si fece accompagnare dal nipote per formalizzare dal notaio un dono che voleva elargire alla diocesi di Piacenza. Una donazione che si scoprì essere un assoluto tesoro: 827 quadri e 27 sculture di alcuni dei più grandi artisti del Novecento. Opere di De Chirico, De Pisis, Carrà, Fontana. Per chi non ha troppa familiarità con l’arte contemporanea, si parla dei Michelangelo e dei Raffaello del Novecento (con quotazioni di mercato altissime). Tra le tele, compaiono le intense Tessitrici di Massimo Campigli, il sereno Paesaggio in Versilia di Carlo Carrà e poi ancora Achrome, un quadro di Piero Manzoni lungo un metro e mezzo, il Concetto Spaziale di Lucio Fontana, La Lutte con i gladiatori di De Chirico e una natura morta di De Pisis che è un commosso omaggio a Morandi. La signora pone solo due condizioni per la cessione di tanta meraviglia: che i pezzi non vadano venduti e che si assicuri alla collezione la maggiore visibilità possibile. Non crede ai suoi occhi monsignor Luciano Monari, vescovo di Piacenza, che accoglie a braccia aperte il regalo: «Questa collezione, anche se non è di arte sacra, deve diventare motivo di riflessione per la nostra chiesa», commenta.
Un team di esperti si è messo subito al lavoro: la quantità delle opere d’arte è tale da aver sollevato qualche dubbio circa l’autenticità del cospicuo lascito. E invece nulla: la generosità della signora Mazzolini, infermiera trasformatasi in cultrice delle arti, porterà alla città di Piacenza un patrimonio di opere artistiche di sicuro rilievo. Tutte autentiche e tutte inedite, mai esposte prima. La diocesi sta già predisponendo un comitato scientifico e una fondazione che curino il lascito negli anni a venire: il progetto è quello di allestire al più presto un museo ad hoc per la neonata collezione Mazzolini, ma visto che i tempi sono lunghi si comincerà da settembre con una mostra a Palazzo Farnese dal titolo «L’anima del Novecento. Nostalgia della speranza» che esibirà i pezzi migliori.
Gongolano gli amministratori locali (un bel colpo, per il turismo della città emiliana), sorride la diocesi, gelosa custode di una generosità che si tinge di mistero.
Tutte le opere della collezione provengono infatti da uno studio medico milanese, uno di quelli che sorgevano dalle parti di Brera, il vecchio cuore artistico della città: lì la signora Domenica Rosa Mazzolini assistette per anni un gruppo di dottori con la passione per l’arte. Furono medici collezionisti e tutti senza eredi, tanto da lasciare alla fida vestale di quello che fu un tempio della salute e della bellezza, una collezione di opere degna di un grande museo. Dove non mancano le chicche: ad esempio, un quadro di De Chirico che s’intitola Esculapio Proctologo, che dichiara i non lievi fastidi di cui soffriva il maestro. Perché di incredibile, in questa storia, c’è anche il fatto che non solo lo studio medico era una sorta di circolo di anime belle, ma che - visti i tempi duri del dopoguerra - qualche artista milanese preferisse ricompensare con la sua arte i servigi ottenuti. Ci sono i bigliettini augurali di Lucio Fontana, le lettere di Ottone Rosai (che dovette rifare, con «Il Cupolone», una veduta di Firenze che non era piaciuta a uno dei medici) e altro ancora raccolti in un faldone di lettere e documenti che saranno messi in mostra in futuro.
Non mancano parole di stima per la signora Mazzolini, che non dubitiamo essere stata una premurosa assistente. Perché non abbia reso noto prima di oggi il suo tesoro (valore stimato: 50 milioni di euro) resta un enigma che non rovina il lieto fine della favola dell’infermiera-mecenate. Che, passata una vita a curare il corpo degli uomini, oggi ha pensato al loro spirito. E nella scelta di non vendere all’incanto pezzi di valore, ma di destinarli a una diocesi di una città di provincia, ha dimostrato intelligenza e coraggio.