Domenica non è mai domenica

È morta la domenica. Nessuno sembra essersene accorto, nessuno la piange. Manco una prece, avrà. Ma figuriamoci. E chi se lo ricorda più che il sostantivo viene da «dies Domini», giorno del Signore? Era importante, la domenica, per gli italiani. «Una domenica così non la potrò dimenticar ed io non so cosa darei per farla sempre ritornar», pregava laicamente Gianni Morandi. 1967. Quarant’anni fa. Sigla di Settevoci, programma televisivo del pomeriggio festivo. Intorno alle 17, se non ricordo male. Il primo successo di Pippo Baudo, che per l’occasione inventò l’«applausometro». Dieci anni prima l’inno ufficiale era Domenica è sempre domenica di Garinei e Giovannini. Presagio beneaugurante di festa: la sigla del Musichiere di Mario Riva andava in onda il sabato sera, così mi è stato raccontato, perché io allora avevo un anno e il caminetto catodico arrivò in casa mia solo quando ne ebbi compiuti 11. «È domenica pei poveri e i signori / ognuno può dormir tranquillamente. / Né clacson, né sirene, né motori, / si sveglia la città più dolcemente». Oggi resta solo il sonno prolungato. Quanto a clacson e motori, fatevi trovare sulla Bologna-Rimini, sulla Gardesana o sulla Treviso-Jesolo. Poi sarebbero venuti L’altra domenica, Domenica in, Buona domenica.
Massima trasgressione della domenica, finita la messa, erano le paste. Fateci caso: non c’è chiesa di periferia che non abbia, piazzata lì di fianco, la sua bella pasticceria. Luciano Benetton mi ha confidato che ancora adesso, davanti a un vassoio di paste, non sceglie quella che gli piace di più, ma la più grossa. Un riflesso condizionato del tempo di guerra, quando bisognava badare soprattutto a riempirsi la pancia. A Badoere, il paese dov’era sfollato da ragazzo, qualcuno durante la settimana doveva mangiarsi le pantegane arrosto. Perciò la domenica chi poteva permettersi i bignè prestava attenzione più alla quantità che alla qualità della farcitura.
Ai miei tempi – ormai devo dire così – le donne andavano dal parrucchiere di sabato per essere presentabili la domenica. Oggi sono pettinatissime dal lunedì al venerdì e scarmigliate come cavalli della Camargue nel weekend. Mia moglie mi assicura che il sabato è in assoluto il giorno della settimana più propizio per farsi la permanente senza dover prenotare.
Sull’album di famiglia guardo le foto scattate una domenica in campagna, nella casa dov’è nata mia madre. Rivedo suo padre, un carrettiere. E mio padre, un calzolaio. Eppure indossano camicia bianca e cravatta. Persino io, un bambino, ho la cravatta. Trovate qualcuno che oggi la porti di domenica. «Purtroppo, quando la domenica perde il significato originario e si riduce a puro fine settimana, può capitare che l’uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il cielo. Allora, per quanto vestito a festa, diventa intimamente incapace di far festa». Parola di quasi santo, Giovanni Paolo II. Beatissimo Padre, non so se dal cielo riesce a vederci, ma qui nemmeno l’abito, è rimasto, della festa.
Oddio, la Chiesa è l’ultima a doversi lamentare per il declassamento della domenica a banalissimo giorno infrasettimanale, uguale a tutti gli altri. Chi ha introdotto la messa prefestiva del sabato valida per il precetto? E dire che prima lo chiamavano l’«ottavo giorno», quello davvero unico che seguirà il tempo attuale, il giorno senza termine che non conoscerà né sera né mattino, predicava Basilio il Grande. Il secolo imperituro che non potrà invecchiare, il preannuncio della vita senza fine.
Un paio di settimane fa, dalle mie parti, c’erano due preti a benedire insieme con Aida Yespica l’apertura di un megastore (costruito – ah, le nemesi! – sui resti di un monastero medievale) che resterà aperto dalle 9 alle 20 tutti i giorni, domenica compresa. Soltanto padre Livio Fanzaga, quello di Radio Maria, si ostina ad ammonire chi frequenta i centri commerciali nel giorno del Signore: «Piuttosto che fare acquisti di domenica, sparatevi!». Un tantinello eccessivo: per com’è organizzata la vita dell’uomo moderno, può capitare a chiunque, anche a un buon cristiano, d’aver bisogno di pane, latte, frutta e verdura nel dì di festa, senza che per questo debba meditare il suicidio. Però quando scopri che il megastore in questione è deputato non al commercio degli alimentari, bensì di arredamenti, elettrodomestici, casalinghi, articoli per il bricolage e profumi, non puoi fare a meno di chiederti: chi avrà urgenza di provvedersi del divano, dell’aspirapolvere, dello scolapasta, della pialla o dell’Eau Sauvage di Dior alle 14 d’una domenica d’estate?
Il progresso tecnologico ha modificato in larghi strati della popolazione il concetto stesso del riposo. Adesso che nelle fonderie, nelle concerie, nelle cave di marmo, nelle corsie d’ospedale, nelle malghe abbiamo messo la manovalanza extracomunitaria, molti non hanno più bisogno di tirare il fiato la domenica perché si sono già riposati a sufficienza durante la settimana in ufficio. L’unico modo che ci resta per svagarci, e sentirci vivi, è comprare, spendere. Abito in una città dove la Upim tiene aperto persino a Natale e a Pasqua. «Il magazzino per tutti», c’era scritto nel 1928 sull’ingresso. Ecco, basterebbe ascoltare non dico Gesù Cristo, ma almeno Renato Zero: «Tutti vogliono tutto per poi accorgersi che è niente, noi non faremo come l’altra gente» (I migliori anni della nostra vita, 1995).
Domani non rimanete chiusi in casa vostra. Andate alla Casamercato. C’è una lavatrice classe AA, 800 giri, a 199,99 euro che vi aspetta. Ben 19 lire di risparmio sul bigliettone da 200 euro. Oh, son soldi. Buona domenica.
Stefano Lorenzetto
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it