La domenica a piedi non significa abolire il codice della strada

CAFONI L’unico effetto del blocco del traffico è stato moltiplicare la maleducazione dei ciclisti

È la versione ambientalista e politicamente corretta del «lei non sa chi sono io». Non c'è ciclista il quale, fermato dai vigili per una infrazione al codice della strada, non se ne esca con: «Ma come, multa proprio me che non inquino?». La formula può variare in: «Ma non avete nulla da fare che multare una bici?». Oppure, come è capitato ieri a Milano, dove causa forte inquinamento atmosferico era stata vietata la circolazione delle auto private: «È ridicolo fermare me che sono uscito in bicicletta per rispettare il blocco». Così ha reagito un milanese sorpreso dai «ghisa» a pedalare per via Gallarate senza tenere la mani sul manubrio.
L'uso di un mezzo di trasporto ecologicamente ammodo (o «eco friendly», come s'usa dire tra i devoti di Terra Madre) fa credere ai più di ritenersi affrancati - «lei non sa chi sono io» - dalle norme che disciplinano l'uso dell'automobile, veicolo «eco inimical», inquinante e responsabile del surriscaldamento globale, pertanto giustamente soggetto a norme e restrizioni alle quali non si può contravvenire, pena multe salate e perdita dei preziosi punti della patente. Si dà però il caso che la bicicletta sia dal Codice della strada definita proprio «veicolo» e dunque chi vi sta in sella è soggetto a rispettarne le norme esattamente come chi sta al volante di un'automobile. Ragion per cui il ciclista non può pedalare sui marciapiedi, non può andare contromano o nelle corsie preferenziali, deve rispettare il semaforo e perfino i divieti di sosta. E così come gli automobilisti non possono togliere entrambe le mani dal volante, i ciclisti «devono avere libero l'uso delle braccia e delle mani e reggere il manubrio almeno con una mano»: articolo 182 del Codice della strada. Nessun privilegio concesso al ciclista per meriti ambientalisti, dunque, ma caso mai uno svantaggio nei confronti delle quattro ruote. Recita infatti l'articolo 182 che essi «devono condurre il veicolo a mano quando, per le condizioni della circolazione, siano di intralcio o di pericolo per i pedoni«. Intralcio. Essere ritenuto tale rovinerà la digestione di tanti utilizzatori del cavallo d'acciaio, ma dura lex sed lex.
È evidente che nemmeno il blocco del traffico delle auto private e quindi le vie e piazze cittadine pressoché libere da autoveicoli autorizza il ciclista a violare il Codice. Né rappresenta un'attenuante il fatto che via Gallarate, come puntualizzava l'indignato ciclista multato dai vigili, «era completamente deserta», contesto ininfluente per il legislatore. Equamente diviso fra automobilisti e velocipedisti è invece il malevolo rabbuffo rivolto ai tutori dell'ordine: «Ma non avete cose più serie da fare che multare me per una sciocchezza?». Quello avevano da fare perché quello è il loro compito: elevare contravvenzione a chi trasgredisce il Codice. E a chi tocca tocca.
Non si pensi che noi siamo ostili all'antica e salutare pratica del ciclismo. Niente di più bello che pedalare e veder pedalare. Tanto per dire, quando si era a Ferrara per il premio Estense il compianto Carlo Bo, Rettore davvero magnifico e principe della critica letteraria, voleva che l'accompagnassi sempre a un certo caffè all'aperto nella piazzetta del Castello, quello che aveva una pedana di legno, una sopraelevazione. Perché da lì, diceva, si poteva meglio ammirare il via vai delle ciclopediste ferraresi. Nessuna animosità, dunque, ma benevolenza nei confronti della bicicletta e di quanti la inforcano. Purché il pedalare non sia considerato un salvacondotto, una dispensa dal rispetto della legge. Tenere leggera l'«impronta ecologica» è cosa buona e grandemente apprezzata da Al Gore, ce n'è dunque d'avanzo. Ma se il manubrio ha da essere retto almeno con una mano, non c'è santo ambientalista che tenga: bisogna farlo.