Domingo Ibañez de Erquicia & C.

Si tratta di sedici domenicani martirizzati in Giappone, a Nagasaki, tra il 1633 e il 1637. Alcuni erano spagnoli e sacerdoti. Altri erano semplici frati. Altri ancora laici. Sei erano giapponesi, tre sacerdoti e tre catechisti. Giapponesi erano altre due donne, terziarie domenicane. Uno era un sagrestano spagnolo. Uno era un siciliano originario di Santo Stefano Quisquina (Agrigento). I nomi: Domingo Ibañez de Erquicia, Francesco Shoyemon, Giacomo Kyushei Gorobioye Tomonaga, Michele Kurobioye, Luca Alonso, Matteo Kohioye, Maddalena di Nagasaki, Marina di Omura, Giordano Giacinto Ansalone, Tommaso Hioji Rokuzayemon Nishi, Antonio González, Miguel de Aozaraza, Vincenzo Shiwozuka, Lorenzo Rúiz, Lazzaro di Kyoto. Nel 1633 la persecuzione era stata decretata dallo shogun Tokugawa Yemitsu, che aveva introdotto anche una nuova tecnica di supplizio: ana-tsurushi, «forca e fossa». Consisteva nell'appendere il suppliziando per i piedi e tenergli testa e busto in una buca riempita di immondizie. Ma la fantasia orientale non si limitava a questo. In aggiunta, ai disgraziati veniva fatta ingurgitare una quantità spropositata d'acqua, poi li si colpiva violentemente allo stomaco. Indi, da capo. Oppure (ma non esclusivamente) si ricorreva al vecchio e sperimentato sistema delle punte acuminate sotto le unghie. Solo alla fine si procedeva all'esecuzione vera e propria. Qualcuno non ci arrivava, come il p. González, che morì sotto le torture. Quanto ai metodi di esecuzione, poi, c'era solo l'imbarazzo della scelta. Marina di Omura, per esempio, fu bruciata fuoco lento.