DOMINIQUE DE ROUX Le avanguardie? Nullità

Negli anni caldi della contestazione, l’intellettuale francese condannava il “nuovo”. Rivalutando il 1945 come «la sola rivoluzione autentica» e il de Gaulle scrittore...

Ho interrotto gli studi senza conseguire diplomi a diciassette anni e ho lasciato la Francia. L’Inghilterra: impiegato alla Borsa di Londra, e alla Barclays Bank. La Spagna: un anno in una compagnia marittima, Alicante, dove andavo a portare i documenti di bordo ai comandanti di nave. \ Infine la Germania in una fabbrica di feltro. Avevo bisogno di rompere con il mio ambiente, di sfuggire al condizionamento dell’educazione e della famiglia. Rompere con la famiglia senza essere contro la famiglia. Bisognava conoscere, altrove, altro: un mondo difficile, ma dove tutto è possibile, un mondo in cui il problema della forma \ mi appariva essenziale: fare saltare la forma, poiché ciascuno era prigioniero nel suo bozzolo di abitudini e di attitudini. \ In quel momento ho preso coscienza del nostro mondo, della nostra epoca, come si può farlo a diciotto anni. Non ero fatto per essere nella norma. Il mio solo desiderio: scrivere e fare l’editore. Scrivere per esprimere una verità privata, per arrivare al cuore delle cose, gettarcisi sopra e divorarlo. Editare per tentare di ritrovare un’altra forma di verità, fomentare delle mediazioni (Les Cahiers de l’Herne), costituire un’enciclopedia differente in un’epoca pronta a entrare nel suo Medio Evo planetario e che vive sui resti di due guerre in un’atmosfera di suffragi.
Credo che sia nel 1960 che ho pubblicato un piccolo romanzo presso Juillard. Nello stesso tempo, con l’aiuto dei miei amici, trasformavo Les Cahiers de l’Herne, creata nel 1956, in Cahiers, poi in casa editrice. Fino al 1967 ho subito la condizione burocratica, i suoi minuti dettagli, il lato fermacarte, pendola, fermagli di un’agenzia di viaggi. Pubblicato da René Juillard e consigliato da Jean-Claude Brisville, mi sono reso conto che fare l’editore richiedeva un’attenzione infinita, pazienza ma nessuna istruzione, soltanto l’intuizione diretta, il sapere diretto. Non c’è una scuola di Edizione più che non ci sia una scuola di profondità.
Nel 1966 dopo essere passato per le edizioni della Table Ronde e 10/18 (Michel Claude Jalard), Sven Nielsen mi dava la possibilità di entrare nel suo gruppo nel quale, grazie a lui, potevamo far nascere con Christian Bourgois le edizioni Bourgois. Una delle nostre prime pubblicazioni fu del resto La mort de Céline, in cui prendevo violentemente posizione contro i baroni in pista, le estetiche tortuose, i residui firmati. Certi vi videro, come adesso in Maison jaune, una nostalgica tentazione dell’Occidente, mentre io vi parlo di un divenire ben più grande del Sud o dell’Ovest che si integra in un tempo che, per me, succede al Mediterraneo, all’Atlantico e che potrebbe essere il Pacifico, il mondo dell’Asia, il mondo accanto alle città dissolte, non la maledetta tradizione del pericolo giallo ma un certo ritorno alla vita quando l’ossessione americana che ci possiede tutti, la civiltà urbana tenderà a riscattare la sua impotenza con la violenza.
Da ciò deriva \ la necessità di fare il vuoto in noi, di sbarazzarci della cattiva coscienza generale, penosa ripetizione di scuole, comportamenti tribali, totem diversi. Dal 1945 - la fine del XIX secolo - ci hanno fatto vivere in un tunnel di vergogna, nelle lettere ricondotte allo stato di putrefazione gloriosa, irreggimentate in non so quale disputa di golem. Sorbona, professori, scolastica invadevano tutto, riempivano la scena di incubi, prolungavano i rantoli, riducevano gli scandali alle pompe funebri di poeti esaltati nei cenacoli. E mentre si ammiravano alcuni pagliacci, i giavellotti-scudi, céliniani, poundiani, o gombrowicziani erano negati dalla decadenza dei falsi profeti.
Dunque non si tratta di Occidente, ancora meno di Europa, altro raggrinzimento strategico di una borghesia francese che equivale alla piccola borghesia internazionale. Ma piuttosto: ripensare l’internazionalismo in funzione di espressioni senza impegno. Il berretto basco, Aragon, la Nouvelle Revue Française, la bassa politica, lasciamo tutto questo agli specialisti di torte nuziali cinesi. Che importano anche l’agitazione, la confusione, quando si confondono timone e bompresso! Il tono antidiluviano dei grandi animali letterari dei periodi prebellici stava per sgombrarci la pista, quando nazismo e Hiroshima lo mettevano tra parentesi, abbandonandoci orfani in una zona nella quale Hitler e Stalin divenivano il Giano bifronte di un medesimo movimento storico \. Avanguardia equivale a onanismo, afasia, nullità della nullità, mondo accademico che non parla a nessuno, il correre dietro alla scienza come bambini, sclerosi della critica. Poiché l’editoria come le librerie si sono messi sul pendio ripido per veder meglio scorrere i libri, la costante attenzione di alcuni è tanto più necessaria in quanto si tratta di separare le astratte pepite della linguistica o delle scienze umane dalle opere classiche indispensabili, e in quanto il viavai della pubblicità, dell’informazione, stampa, radio, televisione, isola, perde se non la si dota con ostinazione di un’ombra di significato.
Sì, il 1945 è stato la sola rivoluzione autentica, il passaggio dal XIX al XX secolo: come dopo Flaubert eravamo diventati più o meno tutti romanzieri, dopo le grandi impressioni della seconda guerra mondiale che facevano la realtà in un orrore generale \, divenivamo tutti giornalisti non credendo più a niente, solamente catturati dalle oscure vertigini dei nostri genitori, bivacchi pétainisti, tatuaggi Francs tireurs et partisans (formazione partigiana della resistenza interna francese, ndr), guerre coloniali, Algeria di cancellazione, di mancanza di significato.
Se ho scritto un De Gaulle écrivain, è perché lui, comunque, non era dei loro ed era almeno un personaggio da tragedia esposto al pietoso cannibalismo universitario che veniva a cavillare su un participio. Parlando strettamente dello scrittore de Gaulle, ho cercato di mostrare che nel nostro mondo dell’acciaio pentagonizzato a morte, la sua scrittura, il suo linguaggio, quel linguaggio che sembra venire dal popolo era la vera sovversione come gli ideogrammi del suo collega Mao. Semplicemente è venuto il tempo nel quale le parole dei geni dell’azione diventano sostanza di cui si fa la Storia per la confusione di questa logomachia che si pretende letteratura, l’ultimo rifugio del linguaggio. De Gaulle, ben più rivoluzionario di tutti gli scrittori che, loro, si credono interessanti. In de Gaulle: l’odio delle città, la volontà del ritorno alla campagna, ma partito troppo tardi, quarant’anni per uscire dalla sua guarnigione di Metz, dieci anni per avere la sua guerra del ’40, e ora divenuto il viaggiatore della sua propria sovversione imperiale.
Da Céline a de Gaulle, dall’Ouverture de la chasse dove faccio il punto sugli scrittori della mia generazione, fino a questa Maison jaune o ai miei colloqui con Gombrowicz, non ho smesso di editare, di rettificare, di interrogare, di restare nell’ambito dei nostri discorsi e anche dei nostri scontri, se menziono solo Murat o Gil, Harlan o Beaujour, Denis Roche o Alain Guérin, Parvulesco, Nivat. Conoscevamo l’usura e Maggio sarebbe potuto essere ben diverso da questo lento scivolare a poco a poco nelle parole. Fraternizzavamo, rovesciavamo le teorie a tavolino dei funzionari intellettuali in serie, andavamo a smentire il mondo, a innovare. Era il popolaccio della fine di Ferdydurke (romanzo del polacco Witold Gombrowicz, ndr), ma il divertimento ci trattenne nelle sue reti e non la nuova trappola, l’assurda unione degli scrittori, col manifesto di Stalin e il bicchiere di champagne, l’internazionale dei riguardi, delle affettazioni, mentre si sparava nelle fabbriche.
La demagogia surrealista blaterava sui muri delle università. Da ciò il dovere di una certa polemica, non le solite storie sulla sinistra, ma una rabbia-derisione per ritrovare la speranza di una società meno vigliacca, meno obliqua, meno col frou frou dei giovani imprenditori, giovani cornuti del management. Sparare sulle parrocchie dei farisei della Pubblica Istruzione, innalzare al contrario, difendere, propagare i pochi che assumono su scala mondiale loro malgrado la permanenza di una cultura, di una verità significativa. Al volo si può rendere omaggio a un Roger Caillois che ha saputo riconoscere lo spirito e la lettera degli scrittori dell’America latina o a un Maurice Nadeau che per la libertà di una visione esigente ha fatto più di certi editori di Nouveau-Roman, appena appena venditori di straordinarie pipe, che mandavano in orbita l’elenco telefonico Butor, il ricamo Sarraute, degli allevatori, degli architetti, dei codici declamati. In mancanza di un sottomarino giallo, ritrovare almeno la Casa.
E quando c’è l’inflazione dello scrittore - poiché tutti si prendono per le guide dell’umanità -, quando una certa cultura ci deforma al punto che soccombiamo sotto le teorie della gentaglia, quando il linguaggio fa schermo: mettersi alla Scuola di Gombrowicz che è per un atteggiamento moderato, per un rapporto con l’arte più nonchalant e disteso; ritrovare allora un atteggiamento che corrisponde alla realtà, una temperatura di combustione calorosa e senza maniere; scacciare il surrealismo delle zavorre; prendere la vita con un certo buon senso, una certa elasticità. Niente schemi, niente scienza, niente professori, niente situazioni definite, un umorismo che fa passare la sbornia di se stessi e trasmette le proprie percezioni con candore; imparare nuovamente a parlare, rigenerare le parole moltiplicando i silenzi, vietandosi certi pettegolezzi sussurrati. Non è il silenzio dell’inarticolato, è la ripresa della parola, le scorciatoie che impongono i silenzi; forse riattivare la nostra tradizione in una sorta di atemporalità, distruggere la notte dei tempi, ritrovare un tempo non contato. Soprattutto camminare nella foresta e ritrovarsi come alla fine di Ferdydurke, sconosciuto, ignorato, nudo, senza niente. Perfino qualcuno dietro di noi che non parla più! Brusio dell’acqua, onda, un’indispensabile illuminazione, forse una giovane donna?
(Testo raccolto da J.-J. Brochier,
Magazine Littéraire, agosto 1969.
Traduzione di Pierpaolo Naccarella)