Domizia, la strega tradita che beffò gli illuministi

Lumi e superstizioni in Lombardia nel libro di Marco Carina

Chi passa oggi da Melegnano, operosa e pacifica cittadina vicino a Milano, forse ignora che fino al Settecento ha impegnato il tribunale dell’Inquisizione nella caccia alle streghe. Diffusa presso tutte le classi sociali, la superstizione credeva che esistessero donne capaci di ammaliare, volare, compiere sortilegi, visitare l’inferno di sabato e di mercoledì, e soprattutto giacersi col diavolo traendone molto piacere. In realtà si trattava di semplici contadine le quali, suggestionate da tali credenze, confessavano, non sappiamo quanto spontaneamente, di essere streghe. Tanto bastava perché finissero al rogo. Non tutte però, visto che l’ultima, tale Domizia, vissuta a metà Settecento, è riuscita a far perdere le sue tracce e a salvarsi. Ce lo racconta, insieme a tanti altri episodi, Marco Carina in L’ultima strega (Cem Libri, pagg. 205, euro 10), una gustosa raccolta di saggi dedicati al passato della sua città, dalla «Nemesis Carolina» di San Carlo Borromeo che condannava al rogo le streghe, al soggiorno, fantasticato, del conte Dracula nel castello mediceo.
Quando i Lumi impongono la raison e la scienza come nuove divinità destinate a soppiantare per sempre tutto ciò che è irrazionale, la superstizione continua a prosperare. L’autore ce ne dà qualche esempio riguardo alla Lombardia: Simona, ostessa di Porta Comasina, Lucia di Lissone, Gioggia di Luino, sono arse vive in Sant’Eustorgio a Milano perché ritenute streghe. Per quanto riguarda Melegnano gli annali del tempo riferiscono il caso di Rosmunda, fattucchiera tanto odiata dalla gente del posto da non essere invitata a un matrimonio. Per vendetta, con l’aiuto del diavolo, la strega snobbata scatena sulla cerimonia una grandinata di urina e una tale bufera da disperdere sposi e invitati. Quando i compaesani l’accusano di averla vista volare fino alla torre del castello su un manico di scopa viene arrestata, processata e bruciata.
Ben diverso e ben più misterioso il caso della strega Domizia, accusata di aver dato il malocchio a un giovane di nome Rodrigo dal quale era stata illusa e tradita. Senza febbre, senza accusare alcuna malattia, il giovane si consuma ogni giorno di più finché il padre, disperato, porta al parroco un cuscino del letto dove giace suo figlio e il parroco si rivolge a un esorcista. Fra innocue piume d’oca l’esorcista trova un involto di refe attorcigliato ai capelli rossi del diavolo e a unghie di gallina. Gettato nel fuoco, il malefico involto comincia a miagolare finché assume la forma di un gatto nero, identico a quello di Domizia. Abituata a nutrirsi di erbe amare, ridotta a pelle e ossa e con un solo occhio nero, la donna abita in una stamberga buia piena di muschio e di muffe dove prepara misteriose pozioni per dare il malocchio. Con queste prove ritenute schiaccianti è giocoforza accusarla di stregoneria e a interrogarla sono proprio quegli scienziati, quegli illuministi come Paolo Frisi che vorrebbero il trionfo della ragione.
Ma Domizia è furba. Appena si accorge della curiosità della giuria per i dettagli piccanti dei suoi commerci con il diavolo li ammalia con descrizioni lascive di accoppiamenti, estasi amorose, orge e sabba. Nella notte che precede la sentenza - forse l’ultima condanna al rogo - la donna scompare e gli uomini che vanno a casa sua per arrestarla trovano soltanto il gatto. La leggenda vuole che un caprone di pelo rosso (il diavolo) l’abbia rapita in volo e salvata.