«Don Andrea è un martire, sarà santo»

Il porporato in lacrime: «Sua madre ha perdonato l’assassino»

Andrea Tornielli

da Roma

«Sono persuaso che nel sacrificio di don Andrea ricorrono tutti gli elementi del martirio cristiano...».
Il cardinale Camillo Ruini è curvo sull’ambone di marmo scuro, mentre legge queste parole alla fine dell’omelia. Di fronte a lui, la semplice bara di don Andrea Santoro, poggiata per terra, non ha alcun fiore accanto. C’è solo il Vangelo, aperto sulla pagina di Giovanni: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». L’anziana madre del sacerdote ucciso a Trebisonda, in prima fila, quasi scompare nel pesante cappotto marrone. Cerca di nascondere il volto scavato dall’immenso dolore dietro un paio di occhiali scuri, mentre tormenta con le mani rugose e fragili la foto di suo figlio, ritratto sorridente accanto a Papa Wojtyla. La folla che gremisce la basilica di San Giovanni in Laterano applaude Ruini che annuncia di voler aprire il processo di beatificazione e si dice convinto, pur rispettando «tutte le leggi e i tempi della Chiesa», che quel prete romano assassinato mentre pregava sia un martire.
Poi è lo stesso cardinale a commuoversi, fatto più unico che raro davanti alle telecamere, quando ripete le parole della madre di don Andrea, la quale «perdona con tutto il cuore la persona che si è armata per uccidere il figlio e prova una grande pena per lui essendo anche lui un figlio dell’unico Dio che è amore». Ruini pronuncia questa frase con la voce rotta dall’emozione, ha gli occhi gonfi di lacrime.
Chi si aspettava che le esequie di don Santoro si trasformassero in una manifestazione di orgoglio e di fermezza, chi auspicava una levata di scudi e un anatema contro la debolezza dell’Occidente di fronte a questi casi di martirio, è stato deluso. Nelle parole del Vicario del Papa c’è amore e perdono, anche quando parla del coraggio di quel prete di frontiera: «Di un coraggio analogo ne abbiamo bisogno tutti insieme, se vogliamo nell’attuale situazione storica, affermare il diritto alla libertà di religione, madre di ogni libertà, come valido in concreto ovunque nel mondo, davvero senza discriminazioni». Ma questo coraggio, aggiunge Ruini, «non è per colpire ed uccidere, ma per amare e per costruire, in concreto per costruire la comprensione, l’amicizia e la pace là dove troppo spesso regnano l’intolleranza, il disprezzo e l’odio». Di fronte ai presidenti di Camera e Senato Casini e Pera, al sottosegretario Letta, al sindaco di Roma Veltroni; di fronte alle sorelle del sacerdote ucciso e ai suoi parrocchiani, il cardinale dice che «nell’ottica di don Andrea, non è importante approfondire i particolari» della sua fine improvvisa. «Dobbiamo soltanto respingere con sdegno - afferma il cardinale - le accuse e insinuazioni assurde e calunniose riguardo a mezzi non leciti per ottenere conversioni, escluse in radice dalla sua rigorosa coscienza di cristiano e di sacerdote». Sono calunnie quelle messe in giro in Turchia: don Andrea non pagava a suon di dollari americani la frequenza in chiesa. E per capirlo sarebbe bastato vedere, ieri mattina, a Trebisonda, i dodici cristiani della città - tre dei quali ortodossi - riuniti nella piccola parrocchia a pregare davanti al cero che arde nel punto in cui don Santoro è caduto crivellato dai colpi del suo giovane assalitore.
Nell’omelia, Ruini fornisce anche un inedito ritratto del prete martire. Non nasconde di averlo a lungo sconsigliato di andare in missione in quella regione, lui che non sapeva la lingua turca. Afferma che già molti anni prima di partire, don Andrea «manifestava una strana inquietudine, che poteva sembrare un’instabilità di carattere. Ha chiesto infatti a più riprese, prima al cardinale Poletti e poi a me, di poter lasciare Roma, per dedicarsi ad esperienze diverse, sempre però incentrare sulla ricerca della prossimità di Cristo». Voleva farsi piccolo fratello di Charles de Foucault, don Santoro, per poi andare a vivere in preghiera in terra musulmana. Finalmente nel 2000 il cardinale acconsente permettendo così al sacerdote di recarsi in Turchia «nel nome e per mandato della Chiesa di Roma». «Intendeva essere una presenza credente e amica, favorire uno scambio di doni, anzitutto spirituali, tra l’Oriente e Roma... Viveva poveramente, era esigente con se stesso, e non di rado anche con gli altri. Le sue richieste, però, erano dettate dall’amore, nascevano dalla carità di Cristo». Voleva bene a tutti, voleva spendersi per tutti e «aveva sicuramente messa nel conto la possibilità concreta» di finire la sua vita in questo modo.
Al termine della celebrazione viene letto un messaggio del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Don Santoro «è stato stroncato da una cieca violenza nel raccoglimento della preghiera, nella pienezza di una vita consacrata alla sollecitudine verso i diseredati, alla solidarietà e all’amicizia fra uomini e donne di cultura e fede diverse». Ciampi parla della necessità di «difendere strenuamente i principi di civiltà alla base di ogni umana convivenza», dicendosi convinto che «perseguendo la via del reciproco rispetto fra culture e nazioni, del dialogo e della comprensione, sarà possibile impedire che l’odio prenda il sopravvento».
Sul sagrato della basilica, il feretro, portato fuori a spalla da alcuni sacerdoti romani, è accolto da un prolungato, fragoroso applauso. Il commiato finale è quello dell’anziana madre, che abbraccia un’ultima volta la bara del figlio morto come «il chicco di grano», per portare «molto frutto».