Don Angelo, il governo e la spallata della fede

Sbagliato minimizzare il discorso del cardinale e buttarlo in politica, ma la coincidenza di tempo fra il suo intervento e la crisi è un dato oggettivo

(...) spallata, quella vera dopo tante spallate annunciate, al secondo governo Prodi, il peggiore della storia della Repubblica italiana, per giudizio non mio, ma della maggior parte degli osservatori, compresi molti di centrosinistra. E in tanti, nella sinistra radicale alleata con certi cattolici abituali frequentatori di sacrestie a cui vanno a chiedere i voti, hanno collegato le parole di Bagnasco alla caduta di Prodi.
Cito fior da fiore. Per Salvatore Cannavò - deputato di Sinistra critica, costola uscita da sinistra da Rifondazione - «il discorso di Bagnasco è un distillato di oscurantismo e regressione culturale che fa pensare al Medioevo piuttosto che alla Chiesa del futuro». Al Medioevo.
Il socialista della Rosa nel Pugno, Roberto Villetti ne fa una questione di confronti fra la San Lorenzo di oggi e quella di ieri: «Avevamo appena avuto un sospiro di sollievo per le dichiarazioni del cardinale Tettamanzi ed è arrivato Bagnasco a rimettere indietro le lancette dell’orologio della storia». Le lancette.
Per il presidente dei senatori di Rifondazione Comunista Giovanni Russo Spena, quello che ha voluto una targa nella sede del suo gruppo per intitolare gli uffici a Carlo Giuliani, «la perfetta sintonia fra l’attacco del cardinale Bagnasco è di per sè eloquente». Di per sè.
Per Franco Giordano, che di Russo Spena è il segretario ed ha benedetto in visita ufficiale ai locali del gruppo del suo partito a Palazzo Madama la targa con cui sono stati intitolati a Carlo Giuliani, «Mastella è il megafono delle posizioni di Bagnasco. Il presidente della Cei chiama, i centristi obbediscono». Megafono.
Per l’ex leader dei Verdi ed attuale sottosegretario alla Giustizia del Partito democratico Luigi Manconi: «Una delle cause della crisi di governo è la Cei e l’intervento di Bagnasco, politicistico e della peggior politica, ha contribuito a rompere un equilibrio precario. La Chiesa non è mai stata così umiliata da uno dei suoi più grandi esponenti». Mai così umiliata.
Insomma, questo è quello che hanno detto e scritto su Bagnasco. Ma - al di là del fatto che la dizione «intervento politicistico» di Manconi è segnata come errore di italiano persino dal correttore automatico del computer che, grazie al cielo, non è abituato a ragionare in termini politicistici - credo che ridurre l’intervento di Bagnasco a pura politica sia il più grosso torto a parole che, come nuovamente quelle di ieri di cui potete trovare tutti i particolari nelle pagine nazionali, volano altissimo.
Anzi, forse è davvero il caso di leggere con un po’ più di attenzione le sue parole. E di collocarle nel contesto di quello che si è detto e scritto lunedì, anche prima dell’annuncio di Clemente Mastella di voler uscire dalla maggioranza di governo. Facendo un passo indietro nel tempo per analizzare quello che sta succedendo. Cose che noi umani - anche noi umani che siamo abituati a seguire le vicende politiche, quindi scafati di fronte a qualsiasi evento - non avevamo mai visto. Come e più del replicante di Blade Runner: «Io ho visto cose che voi umani non potete immaginarvi, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannoiser e tutti questi momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia...È tempo di morire...». Non fosse così bello e poetico, sarebbe uno splendido epitaffio per il governo Prodi. Che, però, con tutta la buona volontà, non merita tanto.
Così come non meriterebbe di scomodare Giambattista Vico e la sua teoria dei «corsi e ricorsi storici». Ma, obiettivamente, fare un passo indietro di quindici anni può servire.
«Crolla tutto», titolavamo sui giornali nel 1992. Ed era il racconto drammatico e terribile dell'agonia della Prima Repubblica, degli avvisi di garanzia come cifra stilistica, dei suicidi in serie, da Cagliari a Gardini. Di una tragedia.
La seconda volta, quasi sempre, la tragedia diventa farsa. E il racconto di questi giorni, che della farsa ha tutte le caratteristiche, è, se possibile, proprio per questo più amaro: la munnezza, l’attacco a Mastella, le inchieste sulle raccomandazioni peraltro nemmeno andate a buon fine, il ping pong di una giustizia impazzita (un giorno si indaga o si condanna uno di centrosinistra e il giorno dopo uno di centrodestra), il Papa che deve rinunciare a parlare nella prima Università italiana, un governo che si gioca la vita su Pecoraro... Manca, a queste terribili giornate, la grandezza terribile di una tragedia shakespeariana, qui al massimo siamo alla pochade, a Feydeau, forse al Bagaglino, con tutto il rispetto per il Bagaglino rispetto al governo Prodi.
E la conseguenza logica di questo stato di cose è che, poi, gli osservatori lo raccontano. Le parole del cardinale Bagnasco, per l’appunto, il suo racconto del «senso di fatalistico declino», la «sfiducia diffusa e pericolosa», il «Paese sfilacciato». I «coriandoli». Carnevale, però, non c'entra. Qui siamo già in Quaresima. Magro e digiuno. Economico e morale. Eppure, non c’è solo Bagnasco.
Obiezione: ma Bagnasco in questi giorni ha il dente avvelenato per lo scandalo della Sapienza. Occorrono osservatori più neutrali. Eccoli: il Financial Times, ad esempio. È un giornale talmente autorevole che, quando criticava Berlusconi, era vietato citarlo senza definirlo «l'autorevole Financial Times», in un'endiadi obbligata e un po' esterofila. Ebbene, l'autorevole Financial Times, che pure giustamente se la prende anche con il centrodestra (ma sarebbe gradito anche citofonare a Ciampi) per la vergognosa legge elettorale vigente, demolisce l'Italia, «il Paese peggio governato d’Europa» e la sua classe politica, «iperpagata», «in preda all'immobilismo», con il «trasformismo» come caratteristica, «che sta perdendo legittimità fra i cittadini» e con alla guida una «confusa e improbabile coalizione di nove e litigiosi partiti». Si potrebbe continuare, ma i casi sono due: o non sapevano cosa scrivere in attesa del crollo delle Borse, o hanno ragione loro. A occhio e croce, direi la seconda.
Obiezione: non ci sono più i Financial Times di una volta e l'Italia paga le scelte geniali e impopolari di Prodi quando era presidente dell'Unione Europea. Niente di meglio che catapultarsi sul sito di Repubblica - testata che certo non può essere accusata di antipatia pregiudiziale nei confronti del presidente del Consiglio - dove la fiducia nell'esecutivo lunedì calava dal 36 al 31 per cento e quella a Prodi dal 45 al 42. In una settimana. Roba da romanzo: Se questo è un uomo (di governo).
Obiezione: magari il sondaggio di Repubblica è fatto sull'onda emotiva. Molto meglio fidarsi di roba più consolidata nel tempo come i dati dell'Eurispes, una specie di Verbo della scientificità nei sondaggi. E anche in questo caso ne escono macerie: ad essere distrutte dai numeri sono un po' tutte le istituzioni, fra cui si salva solo la presidenza della Repubblica, peraltro in calo anch’essa. Ma, fra tutti, chi ne esce peggio indovinate un po' chi è? Il governo. Sì, lo so, la domanda era troppo facile, di quelle che Gerry Scotti fa all'inizio, per scaldare l'ambiente del Milionario e non chiede neanche «Sei sicuro? È la tua risposta definitiva? Lo accendiamo?».
Lo spengono: fra chi ha poca fiducia nel governo e chi non ne ha nessuna arriviamo al 71,5 per cento di risposte negative. Un plebiscito, ma al contrario. Insomma, Caporetto era un trionfo al confronto dei pareri sul governo espressi da tutti gli osservatori, di tutte le confessioni, di tutte le lingue e di tutte le tendenze politiche.
Il problema è che non erano pareri. Molto più semplicemente, fotografie. E Bagnasco, il nostro caro Angelo, ha solo messo il grandangolo.