Don Antonio, sessant’anni sull’altare

Angelo Coriandolo

Sessant'anni di sacerdozio, cinquantasei anni di invalidità, quaranta anni di Centro Volontari della Sofferenza, Villaggino da sempre. La descrizione riportata sulla cartolina ricordo di Don Antonio Oneto, ne fornisce il ritratto, prima ancora che la fotografia. Il Villaggio del Ragazzo, gli ammalati, il sacerdozio sono infatti le coordinate della sua vita e della sua missione.
Sesto di dieci figli, Antonio Oneto bussa alla porta del Seminario di Chiavari a tredici anni, nel 1933. «Ma quei tempi c'era esuberanza di vocazioni» racconta Don Antonio con un largo sorriso «e così fui inserito in lista di attesa. Gli studi del primo anno ginnasiale li ultimai grazie al mio viceparroco, ed entrai in Seminario l'anno successivo, nel 1934, in Seconda Ginnasio». Suo compagno di banco in Seminario è il coetaneo Ferdinando Negri, cioè Don Nando, l'iniziatore dell'esperienza del Villaggio del Ragazzo. «Ci separano pochi mesi di età: entrambi siamo della leva del 1920. Io sono nato il 9 ottobre, il mio confratello il 9 marzo». Tra i due scocca un'intesa immediata e un'amicizia davvero indissolubile che dura tuttora. Entrambi vengono ordinati sacerdoti nello stesso anno e c'è un'altra coincidenza di date: Don Nando è ordinato sacerdote il 22 aprile 1945, Don Antonio il 22 dicembre, otto mesi dopo. «Lo stesso giorno dell'Ordinazione, fui inviato come parroco a Sorlana, sulle alture di Cavi di Lavagna - riprende il sacerdote - Quando Don Nando venne a Lavagna, ricevette l'incarico di seguire l'iniziativa “Salviamo il Fanciullo” lanciata da Papa Pio XII nel 1946 in favore dell'infanzia abbandonata e mi chiese se potevo aiutarlo. Ovviamente acconsentii».
In quei giorni Don Negri accolse in una villa in disuso sede del comando della Whermacht durante la guerra, venticinque bambini abbandonati a se stessi, generando il primo nucleo di quello che diverrà il Villaggio del Ragazzo, principale polo formativo della zona dove si sono formati tre generazioni di abitanti del Tigullio. Oggi è un'autentica costellazione della solidarietà con quattro strutture aperte ai bisogni presenti in ogni fascia di età: dai giovanissimi agli anziani, sino agli emarginati e agli infermi. Gli ammalati: altro punto cardinale per Don Antonio.
«In quel tempo andavo a celebrare Messa alla Colonia Cogne a Cavi Borgo - riprende il sacerdote - Il 1° maggio 1949 scendevo verso Cavi di Lavagna percorrendo a piedi un sentiero di campagna e mentre passavo su un ponticello, sono scivolato precipitando nel torrente sottostante. Da un giorno all'altro mi sono ritrovato paraplegico». Verrebbe da dire “iniziò così il suo calvario”, ma per lui non è così: «Il Signore mi ha fatto la grazia di farmi capire che anche così potevo far qualcosa, non ero un perduto», spioga