Don Berto, il sacerdote partigiano condannato a morte dai comunisti

Figura controversa di religioso, fu autore nel 1946 di un libro-verità sui giovani che combattevano i nazifascisti: fu così bersaglio di un odio bipartisan. Tifoso della Samp, si è spento il 21 aprile scorso a 96 anni

Gli ultimi anni della sua vita monsignor Bartolomeo Ferrari, Vicario episcopale per il mondo del lavoro, Arciprete Vicario Foraneo e Commendatore al merito della Repubblica, conosciuto da tutti come «Don Berto, il prete partigiano», li ha trascorsi nella tranquillità del suo studiolo nella parrocchia di Santa Maria della Cella, a Sampierdarena. Ma non spendeva tutto il suo tempo a riposare, come la tarda età e i trascorsi avventurosi della sua vita in montagna potevano far pensare. Sapendo che nell’entroterra alcuni sacerdoti non dispongono di alcun aiuto per portare avanti il loro ministero, tre giorni la settimana li passava nel paesino di Rocchetta Calafea, in provincia di Alessandria, dove dava una mano al parroco locale. Spesso, negli inverni più rigidi, sfidando il gelo e la neve. Anche quando la sua età anagrafica superava ormai i novanta, continuava a muoversi da un posto all’altro, dritto nella persona così come doveva esserlo stato quando trentenne si unì ai partigiani che combattevano le forze nazifasciste.
UNA FIGURA CONTROVERSA
La figura di Don Berto, proprio a causa di questa sua militanza, è sempre stata controversa. Sul fronte partigiano, era colui che dispensava lo spirito religioso a chi si apprestava ad andare in combattimento contro un esercito risoluto e ben armato come quello tedesco. Impartiva la comunione a coloro che, molto spesso, non tornavano.
Dalla parte opposta, difficilmente una figura poteva essere più detestata della sua. Infatti, se i soldati nazisti e i volontari della Repubblica di Salò avevamo tutti i motivi per odiare i «ribelli» che decimavano le loro retrovie, non potevano sopportare l’idea che un sacerdote facesse parte delle Brigate d’Assalto Garibaldi dove militavano comunisti dichiarati. Un prete scombussolava quell’uniformità politica del nemico così come la propaganda bellica l’aveva dipinta.
LA CONDANNA A MORTE
C’è da dire, come lo stesso Don Berto mi confermò nel corso di un’intervista che gli feci alcuni anni fa, che fu proprio il comando dei partigiani comunisti a decretarne la morte quando si rese conto che l’operato di quel sacerdote rischiava di minare l’attività propagandistica tra i partigiani. Più volte i comunisti fecero uccidere altri partigiani che non si erano adeguati al loro credo, soprattutto quelli di «Giustizia e Libertà» che li avevano denunciati al Comitato di Liberazione Nazionale. Un esempio fu quanto accadde il 20 marzo 1945 quando i capi partigiani «Bisagno» (Aldo Gastaldi, comandante della Divisione Cichero), «Scrivia» (Aurelio Ferrando, comandante della Divisione Pinan-Cichero) e «Umberto» (Antonio Zolesi, comandante della Divisione Giustizia e Libertà) si riunirono per prendere una decisione circa l’azione di disturbo portata avanti dai commissari politici comunisti nella Sesta Zona Partigiana. Infatti i comunisti, incuranti dell’interesse generale, pensavano soltanto ai propri fini politici procurando anche danni enormi alle popolazioni locali. Partì così la lettera di denuncia indirizzata al Comando militare generale del Corpo Volontari per la Libertà di Milano nella quale si accusava esplicitamente soprattutto il commissario comunista «Miro» (Antonio Uckmar), messo da qualche mese nel Comando unificato, di inettitudine militare e di puntare unicamente all’egemonia politica. «Senza considerare - come scrive Eugenio Ghilarducci nel suo libro “L’ultima missione” - che, a esclusione di “Giustizia e Libertà” che era stata promossa dai partiti d’Azione e Socialista, l’intero movimento partigiano era in stragrande maggioranza apolitico sin dal 1943 e mirava unicamente alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo e da ogni genere di dittatura».
«C’ERAVAMO SOLO NOI»
Ma ben diversamente la pensavano i partigiani comunisti i quali stavano già portando avanti il loro piano del «C’eravamo solo noi», volendo far credere che il movimento partigiano che combatteva sulle montagne fosse costituito unicamente da elementi col fazzoletto rosso al collo. Un enorme falso storico che soltanto in anni recenti, quando è stato superato il traguardo del 2000, finalmente è stato svelato in tutte le sue ambiguità.
Si può dunque immaginare quanto certi sacerdoti dessero fastidio ai comunisti. E tra questi ci fu soprattutto Don Berto che, con la sua opera religiosa, finiva per intralciare il loro progetto.
Per cui un killer, incaricato espressamente di ucciderlo, lo seguì per diverso tempo pronto ad approfittare del momento giusto per colpirlo. Anche perché doveva sembrare il solito «incidente». Si arrivò al punto che il cardinale Siri lo inviò per un paio di mesi a Roma proprio per non restare in circolazione a Genova. E non fu quindi un caso che il 9 marzo 1985, anche per smentire una voce che ormai circolava indisturbata, il Soviet Supremo dell’Urss gli conferì un’onorificenza quale «combattente della guerra mondiale 1941-1945».
Lui ne rideva, ma il gesto aveva una sua precisa valenza politica.
QUEL LIBRO VERITÀ
Ma chi era realmente Don Berto? Di lui si cominciò a parlare nel 1946 quando, a 34 anni, scrisse e fece stampare a sue spese il volume «In montagna con i partigiani» dove raccontava la sua esperienza di cappellano della Divisione garibaldina Mingo. In quel libro, che in quel periodo nessun editore aveva voluto pubblicare per non inimicarsi il forte Partito Comunista dell’epoca, Don Berto parlava dei giovani che scelsero la strada dei monti per non soccombere alla tirannia nazifascista. E, raccontando di drammi grandi e piccoli bagnati dal sangue di tanti ragazzi che combattevano sugli opposti schieramenti, emerge questa figura di sacerdote che, senza aver mai impugnato una pistola o lanciato una bomba, si limitava a portare la parola di Dio in un mondo che sopravviveva solo tra odio, rabbia e rancore.
L’edizione originale del ’46 ritrae in copertina, in una tinta color pastello resa pallida dagli anni, un partigiano con la croce rossa cucita sulla giacca, sullo sfondo di aride e impervie montagne: appunto le cime dell’Appennino ligure tra Arenzano, Genova e Alessandria dove combatteva la divisione partigiana ligure-alessandrina che più tardi prenderà il nome di «Mingo».
«Il disegno della copertina - mi confidò in quell’intervista - mi costò 25 mila lire di allora. La carta, invece, il tipografo me la regalò perché aveva preso acqua e si era ondulata. Per far fronte alle spese di stampa mi feci fare un prestito di 500 mila lire che poi restituii, a copie vendute. Volevo che la gente sapesse come vivevamo lassù in montagna, volevo che il ricordo di tutti quei ragazzi morti per un ideale non fosse dimenticato. Non sarebbe giusto».
ODIO BIPARTISAN
Per ironia della sorte, alla fine Don Berto venne odiato tanto a destra quanto a sinistra. I primi lo accusavano di aver esaltato i valori partigiani, soprattutto quelli dei comunisti. I secondi, invece, non gradivano affatto che quel prete andasse in giro raccontando che in montagna c’era chi celebrava la Santa Messa e che tanti ragazzi, prima di andare a combattere, si confessassero e prendessero la comunione.
Don Berto, però, non si curava affatto delle polemiche politiche e non prestava attenzione agli insulti che a fasi alterne venivano ora da una parte e ora dall’altra.
LA STRAGE DI SAN BENIGNO
Ad esempio, una violenta polemica lo investì in seguito ad un tragico attentato che avvenne nella galleria di San Benigno, a Genova, verso la fine del 1944. Vi perirono circa duemila civili tra uomini, donne e bambini. Oltre a 200 tedeschi che stazionavano nei pressi.
Le cose andarono in questo modo. Nella galleria si trovava un grosso deposito di esplosivi dal quale i nazisti avrebbero attinto per minare le banchine e altri manufatti portuali. Neutralizzarlo sarebbe stato quindi opportuno, ma c’era un problema. La galleria di San Benigno si trovava tra Calata Molo Nuovo e Calata Sanità, per cui l’esplosione avrebbe coinvolto l’intera zona. Non solo. L’area era intensamente popolata con un cospicuo numero di abitazioni, prevalentemente di famiglie operaie, tutte intorno alle strutture. Non sappiamo chi decise di minare quella galleria e se ne calcolò le conseguenze, ma è un fatto che la fortissima esplosione distrusse, oltre alle costruzioni portuali e tre navi militari attraccate in porto, tutte le case dell’area uccidendo appunto un paio di migliaia di persone.
Che siano stati i partigiani a provocare quel macello, non ci sono dubbi. Il 24 ottobre 1944 su «Italia Combatte», una pubblicazione clandestina che veniva diffusa dall’aviazione alleata, veniva pubblicata la rivendicazione dell’attentato. Il giornale è ancora oggi conservato nella sua forma originale presso l’Istituto Storico della Resistenza a Cuneo. L’articolo diceva: «I patrioti hanno fatto saltare a Genova, il 10 ottobre, nella galleria presso “La Lanterna”, un deposito che conteneva una ingente quantità di esplosivi destinati dai tedeschi alla distruzione delle fabbriche della zona al momento della ritirata. Lo scoppio ha provocato la distruzione delle gallerie a Calata Molo Nuovo e Calata Sanità. Danni si sono pure verificati in altre due gallerie più distanti. Tre piccole navi da guerra sono state affondate: alcune navi di scorta danneggiate. Circa 200 tedeschi sono rimasti uccisi. I lavori di riparazione nel porto sono ancora in corso».
Delle duemila persone rimaste uccise, neppure una parola.
«IL RIBELLE» LO SCRISSE
Ma quella non fu l’unica pubblicazione in cui venne resa nota la rivendicazione dell’esplosione. Nel marzo del 1945 nelle tasche di un partigiano catturato dai nazisti, venne trovata una copia del «Ribelle», il giornalino clandestino di cui si occupava proprio Don Berto. In quelle pagine dattiloscritte e ciclostilate c’era l’intera rivendicazione dell’attentato:
«10 ottobre 1944. In obbedienza agli ordini emanati dal Comando Supremo Alleato su nostra segnalazione, partigiani al comando di un noto audacissimo Capo, approfittando intelligentemente di un violento temporale, si sono introdotti di buon mattino nella galleria di San Benigno a Genova, che risultava da tempo adibita a deposito di materiali esplosivi, certo destinati a provocare altre distruzioni nel porto. Mediante impiego di un congegno a orologeria veniva provocata l’esplosione di detta galleria con quanto in essa contenuto. I nostri partigiani, ritardando convenientemente l’esplosione, potevano mettersi in salvo senza venir travolti nel crollo generale». Loro, dunque, si erano messi in salvo, ma la povera gente che viveva da quelle parti non ha avuto scampo.
Di tutto questo ha parlato un articolo del «Corriere Mercantile» pubblicato il 31 marzo 1945, a meno di un mese dalla Liberazione, rintracciabile ancora oggi.
Il fatto che questa rivendicazione fosse stata pubblicata su «Il Ribelle» di Don Berto gli ha attirato addosso non poche accuse, anche perchè era chiaro che gli attentatori avessero sacrificato duemila persone per neutralizzare i tedeschi. È ovvio che Don Berto non avesse alcuna responsabilità diretta dell’accaduto, anche perché non è certo a lui che il Comando partigiano chiedeva il permesso per fare un attentato. Ma quell’episodio lo segnò.
I FALSI PARTIGIANI
Pensando a lui, mi viene in mente anche lo sdegno che provava verso coloro che a fine guerra si erano fatti passare per partigiani, come i furfanti che hanno causato la strage di Bargagli. «È una triste realtà - disse Don Berto nel corso di un’intervista - Il movimento partigiano è diventato il campo di tutti: hanno il diploma partigiano tanto quelli che hanno imbracciato il fucile due giorni dopo l’otto settembre, quanto quelli che sono saliti sui monti due giorni prima del 25 aprile. E domani, dovessero invertirsi le parti, questa gente brucerebbe, strapperebbe il diploma. È vero il detto “Chi mi dà da mangiare lo chiamo padre”. Le convinzioni sono fatte di fronte allo specchio dei propri interessi».
CUORE SAMPDORIANO
Ma Don Berto, Resistenza a parte, era anche uno sportivo e un sampdoriano sfegatato. Si racconta che il 19 maggio 1991 le campane della chiesa della Cella, cioè quella di cui lui era parroco, suonarono a ognuno dei tre goal fatti dai blucerchiati e a fine partita. L’indomani lo videro andare in giro con il presidente Paolo Mantovani per vedere i colori della Samp sui muri delle strade di Sampierdarena.
Don Berto è morto il 21 aprile 2007 alla veneranda età di 96 anni. La sua figura di prete-partigiano gli sopravvive nei libri di storia.