Don Chisciotte formato Nureyev

Ci si deve proprio inchinare davanti alla particolare capacità di sopravvivenza di un artista che a tanti anni dalla scomparsa (6 gennaio 1993) continua a suscitare le emozioni e gli entusiasmi di quando era tra noi. Che anzi, ci pare di avere ancora accanto, con la sua cocciutaggine, la sua bocca da bambino, i suoi occhi inquietanti. Il nome di Rudolf Nureyev è nuovamente nel cartellone della Scala come coreografo del Don Chisciotte (da stasera, ore 20, al 20 febbraio). Si tratta di un classico che lui, che dei classici aveva fatto la palestra del corpo e la specchio dell'anima, ha riletto e consegnato ai teatri del mondo. Piermarini incluso. Le sue rivisitazioni si sviluppano tutte in ottica psicoanalitica. Ma Don Chisciotte, che forse si presta meno, rimane sostanzialmente un divertissement virtuosistico, particolarmente esigente nel ruolo del protagonista maschile Basilio che Rudy ritaglia su di sé. Per ballarlo fino alla fine. Brillante all'inizio, grande interprete poi…. Il titolo nasce a Mosca nel 1869 con musica di Ludwig Minkus e coreografia di Marius Petitpa. Appartiene al periodo pre-caikovskijano ma rimane nel repertorio ininterrottamente, nella versione Gsovskij-1900. Rudy inzia a mettervi mano nel 1966 per Vienna. Quando nell'80 Don Chisciotte entra alla Scala, la partitura è ripresa da John Lanchbery e l'impianto scenico è ancora di Nicholas Georgiadis, un suo prediletto, in seguito sostituito da Raffaele del Savio scenografo e Anna Anni costumista. I primi Kitri e Basilio del Piermarini sono la coppia Fracci-Nureyev. Poi arriveranno altri astri. La versione Nureyev non si discosta dallo spirito originale se non per il recupero, in chiave onirico-analitica, del prologo. L'hidalgo veneggia in una stanza dove immagini e immaginazioni sono resi grevi dalla polvere dei secoli. Vive la sua vita senza confine. Si lancia contro i mulini a vento di minacciosi mostri freudiani. Macchie nere che paiono i fantasmi di Goya. Ci guiderà negli spazi della follia? Nossignori. Un brusco cambiamento trasforma all'improvviso le premesse in danza fine e se stessa inserita in vividi colori si Spagna e ripetuta con joie de vivre e ironia. Lo spessore narrativo svapora. Svanisce ogni implicazione psicologica, filosofica e storica. Il cavaliere perde significato e tutto resta danza declinata alla Nureyev, cioè un dettato che sfida ogni logica accademica infarcendo il singolo passo e le concatenazioni con mille fioriture al limite dell'esguibilità. Anche la trama, l'amore contrastato tra Kitri e Basilio, o la sovrapposizione Kitri-Dulcinea sfumano in un divertissement baciato da exploit tecnicistico. E mentre guizzano i ventagli e volano le sottane colorate, si inseguono a mozzafiato assoli, passi a due, a tre, a quattro, scene d'assieme… Mentre il ballo viene coinvolto in indicibili acrobazie giocate in velocità. Persino lei, la coppia principe Fracci-Nureyev, la più grande e carismatica che sia passata dalle nostre scene, era apparsa un po' disorientata. Non a caso in occasione delle numerose riprese del balletto che chiederebbe appunto l'assoluta perfezione tecnica, non sempre la troverà. Per il pubblico sarà di consolazione il ricordo, il carisma mai dimenticato del nostro Rudy scomparso da tanti anni eppur sempre tanto presente che ci pare di vederlo. Adesso, accanto ai ballerini scaligeri già visibilmente forgiati dalla disciplina del nuovo direttore Makhar Vaziev, che non a caso arriva dalla guida della compagnia più paludata del mondo, quella del Kirov di San Pietroburgo, si prevedono vari solisti interni. Sebbene la garanzia rimangano i guest Natalia Osipova e Leonid Sarafanov. Brillante stella del Bolsh'šoj di Mosca lei, principal del Balletto del Kirov di San Pietroburgo lui. I due, già visti in teatro e già in coppia al Marinskiij per questi ruoli, qui debuttano come coppia Kitri-Basilio. Sul podio Svetlana Filippovich, scene di Raffaele Del Savio, costumi di Anna Anni. Ma, in tanta gloria, il pensiero va a Roma. Quale logica ha indotto il teatro dell'Opera a privarsi della sapienza, dell'arte, della professionalità di Carla Fracci? E proprio nei mesi di rilancio che dovrebbero consegnare allo stesso la pari sapienza, la pari arte e la pari professionalità di Riccardo Muti? Non sarebbero stati la coppia più bella del mondo?