Don Colmegna: «Mai più favelas»

«Superare l’emergenza in via Triboniano e Opera, grazie al patto di socialità firmato dai rom con le istituzioni. Poi aprire la strada per percorsi individuali di promozione sociale, perché i campi devono essere soluzioni temporanee, nell’interesse di tutti». Don Virginio Colmegna, presidente della fondazione «Casa della Carità», riassume lo spirito del progetto di Comune, Provincia e prefetto per arginare l’allarme.
A partire dalla questione Triboniano. «Fatto il censimento, arrivati i container - propone il sacerdote - sarà il momento di creare una via per la cittadinanza compiuta, che deve significare anche contribuire alle spese di luce e gas nell’insediamento, attraverso il regolare pagamento di bollette a canone sociale». E per chi tra i 580 rumeni registrati già lavora e percepisce uno stipendio - qualcuno supera un reddito mensile di mille euro - «predisporre un piano di risparmio familiare, con l’eventualità di pagare se non un affitto, una quota simbolica per l'occupazione del campo. Un modo per smarcarli dalla logica puramente assistenziale e per introdurli con gradualità al mercato abitativo, case popolari o meno», aggiunge don Colmegna facendo l’esempio degli ex sfollati di via Capo Rizzuto, alcuni di loro integrati insediati di recente in appartamenti privati. Una cosa è certa: «Mai più favelas e baraccopoli ai margini del tessuto cittadino. Speriamo di aver inaugurato con la nostra iniziativa un cambiamento di rotta».
Proprio oggi è fissato un incontro al Triboniano con i capi famiglia rom, con cui si discuteranno i punti salienti del programma. Intanto la struttura di via Brambilla ha messo a disposizione la presenza fissa di due operatori sociali. Don Virginio Colmegna lancia un triplice appello alla città attraverso una «lettera aperta». Queste le priorità segnalate: «arruolare» nuovi volontari, da inserire nell’attività di doposcuola per i bambini, orientamento al lavoro per gli adulti e di consultorio per le donne. Viene inoltre ribadito il ruolo strategico della mediazione culturale come chiave di volta in nome della convivenza, specie a scuola. Quindi a cittadini e imprenditori è chiesto «un sostegno economico e materiale, sul fronte del lavoro e della casa, per condurre i rom verso la definitiva autonomia».