Don Farinella fa la predica alla Vincenzi

Diego Pistacchi

Se, prima o poi, don Paolo Farinella dovesse decidere di smettere l’abito talare perché il Papa e la chiesa tutta si ostinano a non ubbidire alle sue richieste, avrebbe comunque un lavoro assicurato come opinionista. Sull’edizione genovese di «La Repubblica» di ieri ha dato dimostrazione della sua puntualità nell’intervenire in una delle situazioni più attualmente spinose del centrosinistra locale. E finanche della sinistra locale. Questa volta si è accontentato di non sparare su Benedetto XVI, accettando Supermarta Vincenzi come bersaglio. E neppure come euronorevole Vincenzi, ma come signora Marta aspirante candidata a sindaco di Genova.
Tutto perché anche i sondaggi dicono che Supermarta sarebbe il campione preferito dagli elettori che non amano Silvio Berlusconi. Don Farinella è uno di quelli che aveva «pensato che bastasse mandare via Berlusconi e la sua cricca per riportare un po’ di pulizie etica e democratica nel nostro sistema istituzionale, politico e amministrativo». Lui stesso ammette di essersi reso conto che persino l’antiberlusconismo è collante assai poco tenace per una coalizione politica, specie a Genova e in Liguria dove gli stessi partiti che la compongono possono permettersi il lusso di andare divisi credendo di vincere lo stesso. E allora, già che si può scegliere, già che Edoardo Sanguineti la sua discesa in campo l’ha già fatta da tempo, don Farinella sceglie. E sceglie di rispedire al mittente il candidato più forte e più scomodo (per gli altri partiti della coalizione) che i Ds siano in grado di presentare.
E il don fa la predica a Supermarta. Le dice che, auguri di rito a parte, tra i suoi, tanti, sostenitori, «con amicizia e sincerità, io non ci sarò, né ti appoggerò». E fin qui, la Vincenzi potrebbe anche continuare a dormire sonni tranquilli: visto il bacino di elettori di sinistra di cui tutti la accreditano, il voto dell’amico don Paolo potrebbe anche andar perduto. Ma il sacerdote che «scomunica» le scelte del Papa, non può certo esimersi dallo spiegare che la scelta di Marta Vincenzi «non è morale». Perché? «Quando ti sei presentata per le Europee, tu sei stata eletta per stare al Parlamento europeo a rappresentare la Liguria che ti ha votato e quella che non ti ha votato - scrive il don alla Vincenzi dalle pagine di Repubblica -. Tu sei pagata per questo e ti sei impegnata a farlo per cinque anni. In vista della candidatura ufficiale a sindaco di Genova, tu stai impegnando parte del tempo che dovresti passare a Bruxelles a tutelare i nostri interessi nella tua precampagna elettorale. Questo non è lecito. Non è morale». E via di lezioni sempre sulla «questione morale» di cui la Vincenzi non potrebbe più «venirci a parlare» in sede di campagna elettorale. Don Farinella usa il dispregiativo parallelismo con Berlusconi quasi per infliggere alla supercandidata la peggiore delle offese possibili tra quelle a disposizione del suo repertorio.
Un piccolo particolare sfugge al don Farinella editorialista. Quando lui c’era, quando lui l’aveva sostenuta, quando lui le aveva chiesto di andare in Europa a rappresentare Genova, Marta Vincenzi era assessore comunale, si era impegnata a farlo, era pagata per farlo. E mentre prendeva i soldi dei genovesi faceva la sua campagna elettorale, non solo la precampagna. Parecchio tempo dopo essere stata eletta a Bruxelles, aveva optato per andare a fare l’europarlamentare. Era lecito, glielo consentiva la legge, come glielo consente oggi. Allora, neppure don Paolo Farinella l’aveva «scomunicata», non aveva definito immorale le sue scelte. Ma allora al governo c’era Berlusconi, la colla teneva ancora.