Don Farinella schioda il crocifisso

Francesco Gambaro

Via il crocifisso dalle aule scolastiche, dai tribunali, dagli ospedali, dalle caserme, da ogni ufficio pubblico, «dove è solo un orpello ornamentale o un arredo ambientale, un pezzo da museo da custodire e conservare nell'indifferenza dei frequentatori di quei luoghi». A chiederlo non è Adel Smith, cittadino italiano di religione musulmana, ma don Paolo Farinella, prete genovese, biblista e scrittore, nel suo ultimo libro «Crocifisso tra potere e grazia. Dio e la civiltà occidentale», in cui si schiera implicitamente col paladino dell'Islam. Mentre Smith tre anni fa si era rivolto al pretore dell'Aquila, perché venisse rimosso il crocifisso dalle aule frequentate dai suoi figli che erano costretti a vedere «quello scheletrino mezzo nudo», incompatibile con la loro professione religiosa, don Paolo è arrivato alla stessa conclusione, contestando i cultori del crocifisso come simbolo di identità nazionale. Da «credente cattolico col cuore laico», come ama definirsi, don Farinella si oppone duramente a chi vuole trasformare il cristianesimo in religione civile o sistema di valori, a partire dalle gerarchie ecclesiastiche per continuare con «i pseudo laici o credenti atei», colpevoli di aver svilito il significato del crocifisso, «che resta sempre e solo uno scandalo sospeso tra cielo e terra, oltre ogni civiltà, fuori di ogni identità».
Il libro è soprattutto una risposta all'appello «Per l'Occidente forza di civiltà» lanciato dal senatore Marcello Pera e alla teoria da lui incarnata dei neo-teo-con, «il cui obiettivo - tuona don Farinella dal pulpito - è quello di restaurare una religione civile, a servizio del potere e della gestione economica del potere». Insomma il crocifisso non può essere simbolo dell'identità nazionale e devono essere gli stessi clerici a fare il giro di tutti i luoghi pubblici (scuole, tribunali, caserme) per «schiodare» il crocifisso da ogni parete, preservandone il mistero, la dignità e la simbologia. Partendo da un fatto di cronaca (il ricorso di Adel Smith al pretore dell'Aquila), don Farinella si è spinto oltre, forse troppo, a leggere alcuni brani del libro. A pagina 121, l'autore dice testualmente: «Il crocifisso, simbolo dell'identità nazionale, europea, occidentale! Parole pesanti, parole di morte, pronunciate da chi non ha conoscenza, né delle scritture, né della Storia, le uniche che possono aggiornarci sul significato dell'identità del popolo di Dio». Per la cronaca, don Paolo Farinella è lo stesso che, non più tardi di due mesi fa, contestò aspramente la futura nomina di monsignor Angelo Bagnasco ad arcivescovo di Genova, in quanto numero uno dei cappellani militari, «un peccato originale incancellabile» agli occhi del prete-scrittore. Che aggiunse: «Quella di Bagnasco è una nomina-premio, che non tiene conto delle esigenze della nostra città». Mentre don Gallo, da sempre prete contro, in aperta polemica coi vertici ecclesiastici, decise di accogliere il nuovo Pastore, erede di Tarcisio Bertone, a braccia aperte, rinunciando a ogni vis polemica.

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