Don Gallo la pensa come Dan Brown

(...)a Ponzio Pilato i cristiani come gente che si amava davvero, non come persone arroccate in un castello di fantomatici principi».
Prendo atto della strabiliante novità dello storico don Gallo sulla miracolosa comunicazione di Plinio il Giovane al defunto Ponzio Pilato.
Apprezzo anche la prima parte della definizione che, nei cristiani, indica persone che si amano davvero. Ho invece difficoltà a condividere la conclusione solenne, che nei cristiani contempla persone non arroccate sui fantomatici principi. Infatti l’amore cristiano è un comandamento («Io vi dó un comandamento, che vi amiate l’un l’altro come io vi ho amato»). Ora un comandamento rinvia ad una legge, che è impossibile immaginare separata da (non fantomatici) principi. Forse don Gallo è un seguace degli avventurosi teologi ai quali il cardinale Siri attribuiva l’intenzione ingiustificata di separare la Carità dalla Legge? O addirittura di separare la dottrina del Figlio buono e tollerante dalla Legge del Padre onnipotente e severo? Ad ogni modo è evidente che, in questa prospettiva, trovano credito le vecchie, avventurose ipotesi sulla differenza tra il Cristo della fede (e della teologia cattolica) e il Cristo della storia.
Non è dunque campato in aria l’argomento che ho esposto al collaboratore de il Giornale, Francesco Gambaro, nel corso della conferenza stampa tenuta nello studio di Gianni Plinio, cioè l’affermazione di una certa analogia tra il Cristo della storia ipotizzato dai teologi progressisti (dei quali don Gallo si fa inconsapevole portavoce) e il Cristo della grottesca, demenziale leggenda elaborata da Dan Brown. Analogia che è purtroppo confermata dalle disarmanti (o inquietanti?) statistiche sul credito che il «Codice da Vinci» ottiene in ambiente scientifico e clericale.