Don Gelmini abbraccia i suoi ragazzi: «Non soffro perché qui ci siete voi»

nostro inviato a Zervò

(Reggio Calabria)

Zervò è un pullulare di anime, arrivate nel cuore dell’Aspromonte dopo una scarpinata di 20 km iniziata allo svincolo della A3 di Gioia Tauro, tra ulivi secolari, squarci dello Stretto di Messina e serrande abbassate. Il cellulare diventa inservibile a 300 metri da una sbarra rossa, presidiata da un ragazzo sorridente con una maglietta bianca con su scritto «Don... La foresta non cade». La giornata voluta dalla Comunità Incontro di Zervò per schierarsi al fianco di don Pierino Gelmini, dopo le accuse di molestie sessuali sulle quali indaga la Procura di Terni, è già iniziata da qualche ora. Ma è lo stesso don Pierino, il «papà» come lo chiamano i suoi «figli del cuore», a chiedere di non essere difeso. «Nei momenti di prova dobbiamo lasciarci piegare. Se no non saremmo seguaci di Cristo. I ragazzi mi dicono “ma come fai a non soffrire?”, e io rispondo loro “Io ho voi”, e questa simbiosi è la cosa più importante. Amatemi, amateci. Il resto non conta».
La messa è appena finita, gli ospiti della comunità di Zervò fanno da sherpa tra i boschi ai propri cari, attorno all’edificio principale dell’ex Sanatorio per malati di tubercolosi degli anni ’30, rimesso a nuovo in pochi anni, la tavola è già imbandita. All’abbraccio dei suoi 80 ragazzi, che aspettano come sempre un suo cenno per mangiare, don Gelmini preferisce il «fortino» messo in piedi nell’edificio principale dai suoi angeli custodi. Ai giornalisti «venuti da fuori», dice uno zelante collaboratore, «don Gelmini parlerà solo dopo pranzo». Arriva il cenno, cade il silenzio, rimane in sottofondo un malinconico Miles Davis che fa da colonna sonora al «buon appetito» lanciato dal sacerdote. Il pranzo è breve, tra una pasta al pomodoro e un roastbeef con insalata si parla poco e a voce bassa. Dopo una fetta di anguria, succosa e gelata, cade l’ultima barriera che separa chi è di passaggio e chi non è mai partito. In tavola arriva l’uomo delle sigarette. Ne distribuisce tre, due nazionali senza filtro e una «bionda» americana. Le mani corrono veloci al «tesoretto» di tabacco custodito dentro un portasigarette fatto a mano. Come in una giornata «normale», senza clamore e senza parenti, senza radio né tv, le sigarette saranno otto. Ultimo cenno, tutti in piedi. Il pranzo è finito. La mancanza di accendino è un buon pretesto per strappare solo qualche parola. Intanto don Gelmini sorride e scherza, mentre i suoi commensali sono più arrabbiati di lui. L’Udc Carlo Giovanardi arringa: «Certe accuse sono come ipotesi dell’irrealtà, se ti dicono che un asino vola è difficile mettersi a discutere». Di fianco a Giovanardi c’è il senatore dell’Unione Pietro Fuda, che prima della messa aveva detto: «Qualcuno vuol mettere le mani sul patrimonio di don Gelmini». L’altro habitué delle kermesse ferragostane di Zervò, Maurizio Gasparri (An), se la prende con il silenzio di Corriere e Repubblica e con quelle toghe che «danno credito a certe accuse» e poi fanno spallucce «mentre gli assassini sono liberi».
Prima che si spengano le luci c’è il tempo per ricordare un giovane politico di Reggio Calabria, morto qualche giorno prima in un incidente stradale. «Tuo figlio vivrà - sentenzia don Gelmini, rivolto verso il padre del ragazzo - dedicherò a lui il centro di Rosarno». Anche un genitore, a volte, ha bisogno di sentire il conforto di un «papà».
felice.manti@ilgiornale.it