«Don Giovanni all’inferno» tra seduttori e cantastorie

Anche una piccola orchestra nella splendida rilettura di Eugenio Barba

Enrico Groppali

da Ravenna

Quanti Don Giovanni si sono affacciati e ancora si affacceranno dispotici e crudeli, vanagloriosi e strafottenti, suadenti e capricciosi sulle scene del teatro italiano? Quanti ne abbiamo visti trascorrere impunemente dal palco dell'opera dove, superbamente agghindati dai versi allusivi e impudenti di Lorenzo Da Ponte, si son fatti beffe persino della musica immortale di Mozart? Quanti hanno maltrattato o, viceversa, esaltato la metrica impeccabile di Molière o l'endecasillabo prezioso di Zorrilla? Tanti, troppi. Ma nessuno finora aveva superbamente impaginato la leggenda del Burlador de Sevilla nei modi e nei tempi di Eugenio Barba.
Che dopo aver collocato, come accadeva nei teatri di corte, una piccola orchestra di squisiti esecutori sopra l'avanscena, in quello spazio designato nell'Ottocento come il cielo del teatro, ha stipato alla ribalta gli attori dell'Odin nei panni di cantastorie girovaghi. Con una scimmia che inalbera un azzurro grembiale da fantesca ruffiana, un Leporello che fischiettando modula, accompagnandosi alla fisarmonica, le meravigliose note del fanciullo prodigio e un hidalgo di nome Don Juan dal mantello sfrangiato e stracciato che ripara il suo volto rugoso sotto l'ala radente del cappello. Attorno, dietro e davanti all'eroe della saga dispettosa e scurrile della seduzione, si muovono in una danza circolare le vittime dell'amore che a volte cantano e a volte si limitano a sgranare acuti e gorgheggi da grandi virtuose (come la grande Julia Varley). Ma spesso assumono tono e gestualità da tragédiennes tramutando, ad esempio, Zerlina in un'eccentrica sacerdotessa del sadismo e Donna Anna in una prefigurazione della Regina dell'Amleto.
Dopo questo approccio folgorante, Barba trasporta pubblico ed interpreti all'interno di un altro luogo chiuso. Ovvero proprio nell'al di là cui allude il titolo della sua affascinante elaborazione del mito, ossia Don Giovanni all'inferno. Dove apprendiamo con stupore che il nostro destino, abbandonato il precario involucro del corpo, ci trasporterà là dove ha avuto origine la vita, e cioè negli abissi del mare. In cui l'apparenza trionfa della sostanza consegnandoci, prima che finiamo in bocca ai pesci, al nostro antico aspetto. Anche se, ahimè, decurtato del potere di seduzione che, dallo spirito, si propagava alla carne. Dal momento che, sul fondo dell'oceano, le mani che si tendevano spasmodiche a carezzare l'amata si dissolvono in un delirio di schegge e resta solo, tra tanta desolazione, l'eco della parola tramutata in canto.

DON GIOVANNI ALL'INFERNO - Rielaborazione di Eugenio Barba, con gli attori dell'Odin Teatr. Prima rappresentazione assoluta.Ravenna Festival fino al 6 luglio.