Don Giovanni, innocente seduttore interclassista

Più di duemila, 2065 per la precisione, sono «le belle che amò il padron mio» spiega Leporello. Un’attività indefessa quella del più noto seduttore della letteratura, Don Giovanni, mito tratteggiato nel 1615 da un abate tedesco, poi perfezionato 15 anni dopo da Tirso da Molina e infine ripreso in prosa e musica un’infinità di volte. Tra tutte, rifulge la lettura del personaggio fatta da Mozart e Da Ponte nell’opera del 1787, oggi ultima recita alla Scala nell’allestimento di Peter Mussbach con la direzione di Louis Langrée.
Don Giovanni nella continua ricerca di nuove conquiste femminili, seduce a abbandona donna Elvira, tenta di violentare donna Anna, e ne uccide il padre accorso in suo aiuto, e Zerlina poi dà la colpa al suo servo Leporello, facendogli rischiare così la vita, e picchia selvaggiamente il promesso sposo Masetto appena tenta di ribellarsi. Irride la statua del padre di donna Anna e respinge beffardamente il suo invito a pentirsi, venendo alla fine trascinato all’inferno. Bel mascalzone. Eppure, nonostante tutto, sembra di scorgere nei due autori una sorta di simpatia e complicità per il «Dissoluto punito».
Don Giovanni è infatti un libertino, termine oggi rimasto a indicare una spregiudicata condotta amorosa, ma che nel ’700 riecheggiava la volontà di affrancarsi dalle convenzioni non solo sessuali ma anche sociali. E Mozart e Da Ponte, entrambi massoni e dunque fortemente anticonformisti e permeati di laicismo, non potevano non strizzare l’occhio a chi dà una gran ricevimento invitando chiunque al grido: «È aperto a tutti quanti/ viva la libertà».
Dunque nel gioco sottile dei due «liberi muratori», Don Giovanni perde parte della sua sulfurea malvagità, per diventare un personaggio «innocente» nella sua sete di piacere. Come un cacciatore che divora la preda semplicemente perché è il suo ruolo in natura. E anche nel suo «mettere in lista», palesa tutta la sua «apertura sociale». Nel catalogo di Leporello trovano infatti posto «contadine, cameriere, cittadine, contesse, baronesse, marchesine, principesse» tutte trattate allo stesso modo, senza differenze di classe. Non solo «Non si picca, se sia ricca, se sia brutta, se sia bella. Purché porti la gonnella, voi sapete quel che fa». Più liberale di così!
Insomma don Giovanni non approfitta del suo grado per cacciare donne socialmente inferiori, quindi non in grado di resistergli. Infatti chiede a Leporello i vestiti per corteggiare la serva di donna Elvira da plebeo, mentre da nobile avrebbe forse maggior possibilità di successo, vista la disparità sociale. Non a caso qualcuno vede in lui il Cherubino cresciuto delle «Nozze di Figaro», un adolescente in fregola, smanioso di sempre nuove esperienze. Già il Conte d’Almaviva, nella stessa opera, si dimostra un po’ vigliacchetto, andando a insidiare le serve Barbarina e Susanna, promettendo denaro e protezione. E per rimanere nella produzione Mozartiana, Osmin nel «Ratto del Serraglio», cerca di concupire Blondie, la schiava donatagli da Selim Pascia, perciò incapace a sfuggirgli. L’Ottocento è poi pieno di seduttori pronti ad approfittare di donne in posizione di debolezza. Il Conte di Luna promette a Eleonora di salvare Trovatore se sarà sua, il duca di Mantova nel «Rigoletto» non ci pensa un attimo a gettarsi su Gilda appena i cortigiani gliela mettono sul letto, Scarpia assicura la vita di Cavaradossi a Tosca in cambio di una notte d’amore. Tutti mezzucci che Don Giovanni respingerebbe con sdegno, lui vuole e deve conquistarle senza ricatti o promesse, perché in fondo è innamorato di tutte le donne. O, come sarebbe altrettanto facile dimostrare, di nessuna. Ma per lui in ogni caso «È tutto amore! Chi a una sola è fedele, verso l’altre è crudele: io che in me sento sì esteso sentimento, vo’ bene a tutte quante. Le donne poiché calcolar non sanno, il mio buon natural chiamano inganno» spiega a Leporello, che sospira allargando le braccia: «Mai si era veduto prima, naturale più vasto, e più benigno».