«Il Don Giovanni non era porno e costava poco»

Ferruccio Repetti

Imputato Gennaro Di Benedetto, alzatevi! In nome del popolo genovese dei melomani, vi accuso formalmente di spettacolo libertino e troppo costoso. Difendetevi.
Il sovrintendente del Teatro Carlo Felice, collaudato da tre anni di graticola su cui tanti hanno cercato di cuocerlo a fuoco lento (momentaneamente senza successo), ricusa il patrocinatore e assume la difesa in prima persona. «Sono innocente - dichiara con forza -. E mi scagiono coi fatti».
Esaminiamoli, allora, questi fatti. Ne abbiamo davanti alcuni molto concreti: seni al vento, licenziosità dilagante, trasgressione continua sul palcoscenico del Don Giovanni.
«Be’, Mozart non passava proprio per casto. In ogni caso, lo spettacolo che abbiamo appena messo in scena non ha niente di licenzioso».
Ci sono i testimoni. Alcuni spettatori ci hanno scritto, hanno parlato apertamente di oscenità, addirittura di pornografia.
«Con quello che si vede in giro, mi pare un’esagerazione».
Ma c’erano sì o no, tutti questi busti femminili scoperti?
«Se chi protesta avesse visto bene, si sarebbe accorto che c’erano anche le pecette che coprivano i particolari. E poi, a decine di metri di distanza...».
Lasciamo perdere, si vedeva benissimo. In platea, a teatro, si va anche coi binocoli.
«E allora diciamola proprio tutta, la verità».
Finalmente. Confessa? Vuol patteggiare la condanna?
«Nemmeno per sogno. Rigetto l’accusa. La pornografia, l’oscenità sono un’altra cosa. Il Don Giovanni del Carlo Felice è uno spettacolo fra i più innovatori, in cui la vicenda è interpretata dal regista con una lettura drammaturgica molto particolare. Non è stata una provocazione fine a se stessa».
Che c’entrano i nudi?
«Ma lì si doveva rappresentare la vicenda di uno che, dicono, aveva 1300 donne in agenda! Scusate se è poco. Mica si tratta di Cappuccetto rosso. La figura è forte, rendetevi conto».
Si renda conto lei, piuttosto: il pubblico è rimasto colpito, anzi turbato.
«Mi risulta che ci siano stati tanti che hanno gradito. Persino la scena in cui il protagonista divora le ragazze, anziché il tradizionale fagiano».
Lasci stare i pennuti, non divaghiamo. Non vorrà delegittimare le critiche?
«Non ci penso affatto. La critica mi sta bene, se riguarda, eventualmente, l’allestimento, la scenografia, i cantanti. Non mi sembra giusta quando si boccia lo spettacolo, questo spettacolo, per oscenità. E poi lo spogliarello, ammesso che si possa definire così, mi è parso molto castigato».
Questo lo dice lei. Resta il fatto che, come insistono i testimoni, si contrabbanda la trasgressione per arte. E per giunta, a costi carissimi.
«Un momento. Una rappresentazione come questa costa meno di 300mila euro. Da altre parti, si spendono mediamente 7-800mila euro a spettacolo, e in qualche caso si supera il milione. Noi siamo fra i più economici».
Vuol dire che non avrete bisogno di soldi. Cos’è allora questa levata di scudi contro la legge Finanziaria che vi taglia i fondi e vi costringe a chiudere? Nient’altro che piagnistei interessati!
«Mi appello alle cifre. Da quando ci sono io, e grazie anche al senso di responsabilità dei dipendenti del Carlo Felice, sono aumentati i biglietti venduti, gli abbonamenti, i contributi da sponsor e privati, le entrate complessive (nel 2002 erano 3 milioni e 835mila euro, nel 2004 sono diventati 6 milioni e 613mila), altre all’apporto concreto della Fondazione Carige (da 1 milione e mezzo di euro a oltre 2 milioni)».
Siete a posto così, ma non per questo potete permettervi di buttare via i soldi in spettacoli spinti.
«Ma che soldi buttati e spettacoli spinti! Non buttiamo via niente, neanche le briciole. Abbiamo un organico inferiore alle 300 persone, risparmiamo su tutto. È vero però che facevamo conto sul contributo pubblico garantito nella primavera del 2004, e tolto adesso. Siamo sotto di un milione di euro. Per questo chiuderemo l’esercizio in rosso».
Lasci stare il rosso, ce n’è già abbastanza nel Don Giovanni a luci rosse. Chiuda la sua arringa, per favore.
«Altro che chiudere l’arringa. Qui mi sa che siamo costretti a chiudere il Teatro. I tagli dello Stato, contro i quali si è impuntato anche il ministro Rocco Buttiglione, mettono in gioco la sopravvivenza della struttura, anche perché innescano una spirale perversa che metterebbe in discussione pure il sostegno degli sponsor».
Non saranno mica loro a volere il porno?
«No di sicuro. E qui mi appello al buon senso. Il nostro cartellone è di alto livello. L’unica cosa oscena, in tutta questa faccenda, è mortificare la cultura».
La corte si ritira. A teatro. E, sia chiaro:lascia a casa i binocoli.