Don Giovanni Trapattoni: musica di Mozart

Il tecnico: «All’estero ti rispettano, in Italia ti danno del bollito. Vorrei allenare fino a 80 anni, ma mia moglie...»

nostro inviato a Salisburgo
Chi mai avrebbe pensato che la genialità di Wolfgang Amadeus Mozart un giorno sarebbe stata musa e compagna del più amato dagli italiani? A Salisburgo non ci hanno messo niente. Mozart è il più intoccabile dei concittadini, eppure ieri le note del suo Don Giovanni sono diventate dolce canzone d’amore rieditata nelle parole e intitolata (con tanto di cd e copertina) a «Don Giovanni Trapattoni», biancocrinito sempreverde e mai bollito come parte degli azzeccagarbugli calcistici nostrani ha amato descriverlo. Loro, non lui che anche ieri, tra uno schizzo di birra ed un altro di champagne, nel pieno della festa che ha celebrato lo scudetto dei Red Bull di Salisburgo e l’ultimo successo sul Rapid Vienna, ha proposto un referendum tutto personale. «Piaccio ancora al 51 per cento della gente, mi sento benvoluto dalle persone semplici». Forse, ma non solo. Ieri Trapattoni sembrava il miglior spot di questo mondo Red Bull, impero fondato su una lattina che non ha gradazione alcolica, ma, come dice la pubblicità, mette le ali. Le ali del Trap sono ancora sane e piene di vigore. Pur con qualche cicatrice. Ascoltare per capire: «Qui, comunque all’estero, è bello lavorare perché ti rispettano. Invece in Italia ti danno del bollito... Qui c’è ancora un calcio che ha un’etica. E la nostalgia ti prende solo se pensi al sole nostro e ai tuoi nipoti».
Ieri Don Giovanni da Cusano Milanino ha chiuso la stagione nella Red Bull Arena, fra venti giorni (il 10 giugno) sarà pronto a riprendere. E ancora con questa squadra che ha un budget di 5 milioni di euro, ingaggi tra i 300 e i 500mila euro, ma che lui vorrebbe portare a qualificarsi ai gironi della Champions league. Sarebbe l’ennesimo successo di una carriera che non sente il tramonto. Non c’è giorno che la signora Paola non domandi: «Dimmi quando smetti e come smetti?». Senza mai aver risposta. Ieri Trapattoni diceva a se stesso ed agli altri: «Forse sarebbe il momento. Sono arrivato al decimo scudetto conquistato in quattro nazioni. Però mi piacerebbe fare come quel tedesco arrivato ad 80 anni allenando in 18 Paesi diversi».
Non c’è limite alla Provvidenza e neppure al Trap che, a Salisburgo, ha fatto bella coppia con il signor Red Bull, ovvero Dierich Mateschitz, l’uomo che vende 3 miliardi e mezzo di lattine all’anno, con quel succo che ti tien sveglio, ricco di caffeina e taurina. Trapattoni ha messo i suoi 68 anni a disposizione di un signore che ieri ne ha compiuti 65 ed ha il piacere dell’antiquario che ammoderna e restaura. Nel suo parco aerei spicca un Dc6 del 1947 che apparteneva al maresciallo Tito ed ora sembra una Rolls Royce dell’aria. Oggi Trap è la sua Rolls della panchina. Divo e festeggiato che non si sente ai confini del calcio. Basta sentirlo. Dici Juve e riflette: «Deve comprare perché l’anno prossimo tutti vorranno che faccia sfracelli. Come nella sua storia. Oggi c’è l’Inter, è molto solida, è difficile contrastarla». Oppure dici Milan e lui predice una finale da vincente. «Basta faccia tesoro del passato. Dovrà far pesare il nostro calcio che è più tecnico ed aggiungervi determinazione e condizione atletica». Anche se poi Atene è nome che suona male, almeno per lui. «Già, ma quella volta imparai che non sempre serve il giocatore più bravo, serve il più utile». Un’idea per Ancelotti. Firmata dal più vincente... dei bolliti.