Don Giussani, il prete educatore che in tanti credono già santo

A cinque anni di distanza dalla sua morte, avvenuta il 22 febbraio 2005, poche settimane prima di quella di Papa Wojtyla, la devozione nei confronti di don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione, non accenna a diminuire, ma anzi aumenta. Lo dimostrano le visite continue alla sua tomba, nel Famedio di Milano. Un flusso ininterrotto di persone che pregano, lasciano intenzioni e richieste, depongono fiori.
Nei giorni scorsi alcuni giornali hanno parlato della possibile prossima apertura di un processo di beatificazione, ma a tutt’oggi nessun passo formale è stato ancora compiuto dalla Fraternità di Cl, che dovrebbe eventualmente chiedere alla Curia di Milano di verificare la possibilità di iniziare la fase diocesana. Da diversi anni ormai - e dunque da quando “don Gius” era ancora vivo - Alberto Savorana coordina il lavoro di raccolta di materiali, scritti, lettere del fondatore. Materiale in parte confluito nei libri sulla storia di Comunione e liberazione scritti da don Massimo Camisasca. Subito dopo la morte di don Giussani, attraverso la rivista mensile ciellina Tracce, è stato chiesto a tutti coloro che possedessero scritti, fotografie o anche testimonianze significative di farne pervenire una copia. Ovviamente, l’eventuale causa di beatificazione potrebbe contare su questo archivio, ed è pure comprensibile che se ne cominci a parlare, essendo ormai trascorsi i cinque anni dalla morte, necessari secondo la legge canonica prima di aprire il processo.
Anche se nei prossimi mesi è possibile che una richiesta venga presentata dai ciellini al cardinale Dionigi Tettamanzi, la parola d’ordine che filtra dal quartier generale del movimento è prudenza: dovrà essere la Chiesa, e in questo caso la diocesi di Milano, a verificare con un’inchiesta preliminare se esistano i presupposti per l’avvio della causa, e quindi chiedere il nulla osta della Santa Sede. Nessuna richiesta, nemmeno informale, è stata ancora avanzata, ogni ipotesi al riguardo è prematura. I due fatti accertati, fino a questo momento, sono la scadenza raggiunta dei cinque anni, e il persistere di una fama di santità che porta tanta gente a pregare sulla tomba del sacerdote brianzolo. Una fama testimoniata anche da molte persone che lo incontrarono.
«Quello che colpiva, di Giussani, era lo splendore che aveva negli occhi. Il filo diretto tra gli occhi e il cuore si vedeva, risaltava. Era tutt’uno col suo donarsi continuamente alla vita», ha detto il poeta milanese Franco Loi, che conobbe don Giussani nel 1960, durante una ricerca per l’ufficio stampa della Mondadori su alcune nuove figure carismatiche di personalità che attiravano l’attenzione dei giovani. La sua, ha aggiunto Loi, intervistato dal giornale online ilsussidiario.net, era «una spiritualità talmente realizzata che tutto il suo essere emanava questa vibrazione d’amore. Come se l’intera sua persona fosse spiritualmente vibrante. Solo qualche santo può aver avuto questa realizzazione piena del proprio essere al punto in cui, secondo me - ma posso anche sbagliarmi -, era in don Giussani».
Anche Angelo Rizzoli, che lo ebbe come professore di religione al Berchet, intervistato dallo stesso giornale online, ne conserva un ricordo vivido: «Lui ha sempre accettato di mettersi sul nostro stesso piano, ci ha insegnato cosa fosse la libertà. Ci ha insegnato a capire le ragioni della vita».
Ieri sera a Milano il cardinale Tettamanzi ha celebrato in un Duomo gremito una messa di suffragio nel quinto anniversario della morte. Nell’omelia ha definito don Giussani «maestro di vita cristiana nella Chiesa e nella società, amico e padre» e ha invitato alla «preghiera di intercessione presso Dio per essere tuttora seguiti dalla sua paternità nel nostro cammino personale e comunitario». Parlando del cristianesimo come avvenimento, e del mistero dell’incarnazione e della risurrezione, il cardinale ha detto: «Proprio su questa interpretazione del nucleo centrale dell’esperienza cristiana si è sempre radicata e sviluppata in modo singolarmente lucido e forte la spiritualità che don Giussani ha vissuto e della quale ha contagiato i suoi discepoli e amici. Il cristianesimo non è semplice teoria, non generico moralismo, non tentativo di autorealizzazione umana, ma è l’incontro personale-personalissimo di Cristo con ciascuno di noi».
Analoghe celebrazioni si sono tenute in molte diocesi italiane e in tutto il mondo.