DON GNOCCHI In missione per conto di Dio

Luglio-ottobre ’44: il sacerdote è in Svizzera per soccorrere i rifugiati italiani

Cadeva il 28 febbraio di quest’anno il cinquantesimo anniversario della morte di don Carlo Gnocchi. La ricorrenza mi ha spinto a ricercare tra le mie carte la copia fotostatica di una sua lettera ancora inedita, il cui testo viene presentato in questa pagina. Ringrazio la gentile amica Wanda Pizzi di Campione d’Italia per avermi fornito il documento e alcuni ragguagli sul suo contenuto. Di eventuali sviste o inesattezze chiedo venia al lettore, invocando l’attenuante della mia estraneità ai lavori.
La lettera - dattiloscritta su carta intestata «Villa Amalia, tel. 272, Erba (Como)» - porta la data e l’indirizzo del mittente: «Milano (liberata) 5.V.45, via Vitruvio 45». Qui don Gnocchi abitava, a due passi dal «suo» Istituto Gonzaga. Le ultime sette parole del testo e la sottoscrizione sono di pugno di don Gnocchi. Il foglio non reca indicazione del destinatario: ma il contenuto del documento e la testimonianza della conservatrice lo indicano nella persona di Felice De Baggis, futuro sindaco di Campione d’Italia dall’inizio degli anni Cinquanta per quasi sei lustri.
La missione in Svizzera di cui don Gnocchi parla nella lettera, dal luglio all’ottobre 1944, è un capitolo meno noto della sua vita, ma fondamentale per l’umana sua avventura come imprenditore di carità. Nel momento più drammatico della ritirata di Russia don Carlo aveva fatto voto di spendere la vita per una missione di carità. Rientrato in Italia nella primavera del 1943, si era prodigato per raggiungere le famiglie degli alpini spirati tra le sue braccia, portando l’estremo saluto dei caduti, aiutando i piccoli orfani, elargendo ai parenti il suo conforto. Si era adoperato per riprendere il generoso dialogo con i vecchi alunni del Gonzaga e con le loro famiglie. Ma i bombardamenti, lo sfollamento, l’armistizio dell’8 settembre, l’occupazione tedesca rendevano il suo compito più difficile. In una Milano diventata (sono parole di don Carlo) «città morta», dove si sopravviveva «chiusi fra quattro mura ermeticamente cieche», quando «l’aiuto ormai non può venire che dall’alto», don Carlo si rese conto che poco ormai poteva fare, anche perché i suoi giovani erano dispersi sui fronti lontani della guerra o prigionieri o riparati in Svizzera per non arruolarsi nella milizia fascista.
Nel luglio 1944 il cardinale Schuster indirizzò don Carlo ad Angelo Jelmini, amministratore apostolico della diocesi del Canton Ticino, per occuparsi della cura spirituale dei tanti militari italiani rifugiati nella Confederazione. Le autorità di Berna gli negarono però il permesso per recarsi lassù. Don Gnocchi allora, patrono il vescovo Jelmini, si dedicò ai connazionali segnalati dal centro cattolico di assistenza di Lucerna e prestò il suo ministero nella parrocchia di Gerra Gambarogno sul Lago Maggiore. Liberata dai partigiani la vicina Ossola e formatasi la giunta provvisoria di governo in Domodossola con la partecipazione di rimpatriati dal Ticino, don Gnocchi scriveva a Milano: «Siamo tutti con un piede alzato per il ritorno». Fu però assalito dai dubbi, perché cadevano tanti giovani resistenti, e lui, cappellano che aveva vissuto la tragedia della Russia, si chiedeva se tale sacrificio avesse senso. Il 20 settembre il cardinale Schuster andò in visita pastorale a Campione e don Carlo lo raggiunse dal territorio svizzero per averne consiglio. Lo accompagnava in barca, di notte, Vincenzo Torriani (futuro «patron» del Giro d’Italia).
Don Carlo abbandonò allora il Ticino, e rientrò in Italia per operare nella Resistenza accanto ai suoi giovani. Ma, pochi giorni dopo, risalì a Lugano e prese contatto con il console americano Johnson (menzionato, senza la «h», nella lettera) e con il servizio segreto alleato, assumendo il nome di battaglia «Chino». Ai primi di ottobre «una tarda sera» don Carlo tornò clandestinamente a Campione d’Italia, presentandosi col nome di «don Carlo Galbiati» e mettendo, come scrive, «in grave imbroglio la conoscenza anagrafica del Clero milanese del buon parroco di Campione», mons. Piero Baraggia. Don Carlo veniva «in missione speciale» per domandare al viceconsole degli Stati Uniti aiuti per l’organizzazione clandestina dei carabinieri, capeggiata, come si legge nella lettera, dal duca Marcello Visconti di Modrone, già presidente della Croce rossa, che don Carlo raggiunse poi a Macherio.
Gli avvenimenti successivi, rievocati nella lettera, possiamo seguirli attraverso la drammatica narrazione di Ferruccio Papavero (Don Carlo Gnocchi, s.d., ma 1987). Il 17 ottobre 1944 a Macherio, verso le due di notte, una pattuglia di SS bussa alla porta del duca Visconti di Modrone. Il maggiordomo nega la presenza del proprietario, effettivamente assente; ma, alla domanda se ci sia qualcun altro in casa, afferma che è presente un certo don Carlo Gnocchi. Le SS cercano proprio lui. Arrestano il sacerdote e lo portano a Milano, assieme al suo attendente. Sono rinchiusi a San Vittore, nel quinto raggio, poco distante dalla cella occupata da Indro Montanelli. Vengono accusati di aver aiutato i partigiani e di aver trasmesso agli americani la pianta dei depositi di carburanti di Erba. L’attendente di don Carlo viene seviziato. Don Carlo, attraverso il portiere dell’Hotel Regina, sede del Tribunale speciale, riesce a far arrivare un messaggio al Collegio Gonzaga, nel quale avvisa fratel Bertrando che le SS lo ritengono implicato in azioni partigiane e gli raccomanda di mettersi in salvo. Don Carlo resta in cella fino al 4 novembre ed esce grazie all’intervento diretto del cardinale Schuster.
I nazisti non sono riusciti ad addebitargli alcun fatto di sangue, ma lo tengono d’occhio. Ogni giorno, alle tre del pomeriggio, deve recarsi all’Hotel Regina a firmare il documento di presenza. Alloggia - e lo sanno in pochissimi - negli uffici della Banca Commerciale. Viene arrestato di nuovo, con l’accusa di collusione con il servizio segreto americano. Per fortuna commissario di Ps è diventato nel frattempo un ex allievo del Gonzaga, che lo mette in guardia. Finalmente arriva la Liberazione. In una Milano scatenata nella caccia ai nazifascisti, don Carlo prende le difese dei nuovi perseguitati e dei nuovi oppressi. Mettendosi al fianco di gerarchi e miliziani «colpevoli soltanto di avere indossato la camicia nera», salva la vita a parecchi di loro: tra questi l’ex commissario di Ps da cui a sua volta era stato salvato. Don Carlo è direttore - e lo segnala nella lettera all’amico De Baggis - dell’Istituto Grandi Invalidi di Guerra di Arosio. Da quell’osservatorio privilegiato guarda all’umanità sofferente e si prepara alla straordinaria impresa di carità che lo ha reso famoso.
Mi è caro qui ricordare la commossa ammirazione con cui i miei genitori mi parlavano di don Gnocchi quando, durante la villeggiatura, incontravo lungo le strade della Valsassina, in lento cammino, la colonna dei «mutilatini». Provavo allora un infantile sgomento di fronte a tanto strazio innocente e mi ritraevo per non vedere. E, nonostante l’incoraggiamento materno, non avevo animo di unirmi ai loro giochi, nel palazzo comunale che li ospitava. Del che ho rimorso ancora.
Ma si rasserena il mio pensiero rammentando i concerti di beneficenza annualmente organizzati dalla mia mamma a Barzio, nella sala dell’Albergo Principe, a beneficio dei «mutilatini». Ancora splendente nella sua bella giovinezza, lei quando poteva andava a trovare i poveri bambini, li confortava con qualche regalino e teneramente li accarezzava. Faceva loro per un po’ da mamma. Poi li lasciava e tornava a casa più leggera.