DON MATTEO, SLALOM TRA GLI SPOT

La pubblicità è come l’olio di ricino: non piace a nessuno. Tanto è vero che da tempo si parla di mirabolanti videoregistratori in grado di cancellarla. Se poi ce la fanno ingoiare con l’imbuto, leggi l’inganno, il fastidio diventa rabbia. Certo, lo sanno tutti, chi non ha gli introiti del canone, eccetera eccetera. Benissimo, niente da obiettare, ma non ci devono prendere per il naso, specie se gli spot a tradimento ce li propina la Rai. Prendiamo una fiction di successo, Don Matteo 5. Parte la sigla d’apertura, si vede Nino Frassica nei panni del maresciallo Cecchini che scrive a macchina le sue solite castronerie, arriva Terence Hill gli dice due fregnacce e mormora sorridendo: «Ci vediamo tra un momento». E parte una sfilza infinita di consigli per gli acquisti. Tre minuti e riprendono allegramente le indagini dell’improvvisato investigatore. Dopo che la pubblicità ha interrotto svariate volte il già ansimante racconto, si giunge faticosamente al traguardo. Ma il finale, esattamente come il prologo, trova un nuovo ostacolo nello spotteria a raffica. Una decina di suggerimenti commerciali, Don Matteo inforca la bici, fa ciao ciao con la mano, ci informa della prossima avventura e irrompono i titoli di coda. Segati, manco a dirlo, dai nomi a tutto schermo e a pieno volume degli sponsor del programma. Intendiamoci, non è che Don Matteo abbia l’esclusiva del metodo imbuto, anche il suo collega, ma nel nostro caso, sarebbe meglio dire compare o complice, Montalbano si comporta allo stesso modo, ben poco esemplare per uno che deve far rispettare la legge. Titoli di testa, una scena e pubblicità; sottofinale, pubblicità, titoli di coda e annuncio dell’indagine della settimana successiva. Che spettacolo indecoroso. Eppure non sono lontanissimi i tempi in cui Federico Fellini, regista dal mutevole talento, ma uomo dal fiuto sopraffino, aveva già subodorato l’inganno, facendosi solitario e donchisciottesco paladino dell’integrità dei film in tv. E dire che la sommessa protesta, riguardava soltanto la mannaia pubblicitaria che tagliava i film in due. Non come adesso che l’invadente farfallina interrompe di continuo qualsiasi pellicola. Il povero Fellini, se potesse vedere lo sconcio d’oggidì, penserebbe forse di essere stato immerso, per il più crudele dei contrappassi, tra i personaggi del suo allucinato 8 e 1/2, dove è normale confondere sogno e realtà. Visto comunque che al peggio non c’è mai fine c’è da fare gli scongiuri per il futuro, che in un battito di ciglia diventerà presente. Frassica esclamerà: «Caro» (pubblicità), «Don» (pubblicità), «Matteo» (pubblicità). Dieci minuti di indagini e un’ora e cinquanta di spot. Fantafiction? Non è detto.