«Don Pasquale», applausi ma non proprio per tutti

Ottimi gli interpreti e splendida la regìa di Vizioli che ha reso tutta la leggerezza donizettiana: ma Panni non convince

Se «Don Pasquale» è capolavoro di arguto sincronismo e dinamicità, allora la regia di Vizioli ha colto davvero nel segno: brillante, rapida, assolutamente congeniale alla partitura, di cui ha colto le sfumature essenziali; e con un ottimo corredo scenografico e dei costumi (Rossi Jost e Guidi di Bagno), per nulla pesante, anzi sgravato di orpelli e agghindi eccessivi, che con uno stile tardo impero ha donato quella pennellata di grazia e leggerezza assecondando visivamente la scorrevolezza della musica donizettiana.
Molto efficace l'idea delle pareti che si aprono e si chiudono (tutto rigorosamente a vista), una vera casa di bambole inizio secolo scorso, circondata da un perenne stato di quasi evanescente malinconia, fatta di nuvole e colori pastello, in uno spazio circoscritto che rimane la cornice d'ambientazione durante tutta l'opera.
Splendida la scena della cucina - in cui il coro fra l'altro ha dato buona prova - tripudio di pentoloni fumanti e pingui insaccati, molto efficace nel contrasto con il mondo borghese a cui saldamente cerca di ancorarsi Don Pasquale, fatto di busti e anticaglie polverose. Premio alla regia, allora, e a quell'aspetto d'insieme che fa dell'opera di Donizetti un perfetto meccanismo, un capolavoro di complicità tra musica ed elemento drammaturgico: bene il lavoro di squadra dei personaggi, che nel complesso hanno costruito con efficacia il gioco delle parti, nonostante qualche «inceppamento» dell'ingranaggio, come nel duetto basso-baritono dell'ultimo atto, con lo sfasamento tra tempo dei cantanti e quello dell'orchestra.
E veniamo allora giusto alla direzione di Panni: non le è mancata la dinamicità, questo no, anche se la definiremmo un tantino pesante, specialmente nella resa delle finezze donizettiane, che non sempre sono emerse, specie nei momenti in cui la musica avvolge il protagonista di tenera e amorevole pietà. Ma estrapoliamo dal gruppo i singoli protagonisti: ottima prova per Francesco Meli (Ernesto), timbro avvolgente, dotato di una squisita sensibilità musicale, apprezzata già dalla sua prima aria (in cui fra l'altro ha avuto un intenso appoggio dalla tromba solista - inizio secondo atto); e molto convincente anche Fabio Maria Capitanucci (Malatesta), che oltre ad aver dimostrato una esuberante presenza scenica, ha cantato con arte e precisione, con suoni rotondi e delicato gusto musicale. Immedesimazione nel personaggio anche per Alfonso Antoniozzi, che bene ha recitato la parte del beffato protagonista, vittima delle crudeltà dei giovani, donandogli anche quell'aspetto teneramente compassionevole che attenua la figura dominante del vecchio «babbione»; simpatica la figura del Notaio (Antonio Feltracco).
E in ultimo Stefania Bonfadelli (Norina), non impeccabile, prova al di sotto di quelle che si intuiscono essere le capacità tecniche; buona resa del personaggio, anche curato l'aspetto più genuinamente musicale, ma chiara una certa pesantezza nelle agilità, soprattutto nel registro di passaggio agli acuti, e un'intonazione a tratti vacillante che ha compromesso in parte anche il duetto degli amanti.
Applausi comunque entusiasti del pubblico in sala.