Don Sante: il prete star ama recitare dall’altare

L’ultimo pettegolezzo in rosa e da «uccelli di rovo» che trapela dalla comunità di Monterosso, in provincia di Padova, fa riferimento a ripetuti amori, non si sa quanto platonici, di don Sante Sguotti, il parroco che ha chiesto con un referendum tra i fedeli di restare ancorato al sacerdozio aggirando e contestando le scelte della curia, cui pure dovrebbe obbedienza. Le vie del Signore sono infinite se non a volte accidentate, ma don Sante Sguotti, il prete caterpillar, sembra un po’ troppo impegnato a ridisegnare la cartografia della fede, fino a proporsi come modello di una Chiesa dell’amore che non è esattamente quella cui si è ispirata, durante la sua vita, Madre Teresa di Calcutta.
A tutti, preti compresi, è riconosciuto il diritto alle passioni e all’innamoramento. Né si possono negare in assoluto le gioie della paternità che, nel caso di don Sante, non si capisce bene se siano naturali o putative. Ma trasformare i turbamenti personali in una telenovela da mandare in onda dall’altare, mentre si rifiutano ostentatamente sospensioni a divinis, è la discutibile espressione di un egocentrismo in salsa mediatica che fortemente stride con il ruolo e la funzione di chi, per propria scelta, si è messo un giorno al servizio di Dio.
Nel caso di Monterosso non è la violazione delle regole che offende la sensibilità dei cattolici, ma l’orgoglio della trasgressione che si esprime attraverso una raffica di conferenze stampa e il ripetuto rigetto degli ordini delle autorità ecclesiastiche. Don Sante potrebbe essere un buon padre, anche di famiglia, ancora di più impegnato nel sociale di quanto non abbia fatto in passato e quindi pur sempre rispettoso delle indicazioni divine, anche se a metà della sua strada ha trovato un po’ ingombrante la tonaca.
Di spretati è pieno il mondo, come lo è di laici che hanno compiuto il percorso in senso inverso per dedicarsi in castità e con dedizione a doveri pastorali. Quello che risulta inaccettabile è il tentativo del Milingo di periferia di conservare un piede in sagrestia con un atto di superbia che si colloca nella categoria dei peccati capitali.
Un vulnus nei confronti della sua Chiesa, che si aggiungerebbe all’altro, già inferto nel silenzio quando peccava di omissione e di altro celando i segreti del suo cuore. Segreti che - è bene ricordarlo - non sono stati svelati ai fedeli con una onesta e limpida ammissione, ma sono emersi soltanto quando le mille voci che si inseguivano in paese hanno delineato un pruriginoso scenario da scandalo. Un vero capolavoro di ripetute ipocrisie.
*Vicepresidente senatori Forza Italia