Don Sante ritratta: «Sono innamorato ma il figlio non è mio»

Il parroco di Monterosso: «Era una provocazione per rilanciare il tema del celibato, ho usato i media»

nostro inviato a Monterosso (Padova)
Chi si aspettava un colpo di scena sugoso, da inzupparci il pane, sarà rimasto deluso. Perché l'annunciata pochade, ieri mattina, si è trasformata in farsa. Peggio, in un reality. Per giunta mal recitato, come del resto tutti i reality. No, a Monterosso, pugno di casette moderne alla periferia di Abano Terme, non c'è nessun prete bello come il don Gastone narrato da Goffredo Parise, che lasciava prima incinta e poi «vedova» la sua Fedora. E non c'è nemmeno una moglie del prete così poco credibile, come lo era la sontuosa Sophia Loren nel film di Dino Risi.
Resta don Sante Sguotti, quarantenne parroco sicuramente amato dai parrocchiani e altrettanto certamente scomodo agli occhi della Curia per diversi motivi, non ultimo per quelle voci insistenti che da qualche tempo lo volevano in odore di paternità. Così lui, ieri, davanti ai registratori e ai taccuini dei cronisti, ma soprattutto davanti alle telecamere, convocate da giorni, ha cercato di sgombrare il campo dai dubbi: «Non ho nessuna giovane compagna e non ho nessun figlio che ha da poco compiuto nove mesi», ha scandito nella chiesa di San Bartolomeo singolarmente trasformata in sala stampa («ma ho rimosso il Santissimo», è stata la sua precisazione). E a chi insisteva poco convinto ha replicato che «è stata tutta una finta, a me piace giocare. Se sono il padre del bimbo decidetelo voi».
C'è però una Laura, ha anche ammesso (il nome vero sarebbe però Tamara, mamma single di Lovertino, frazione di Albettone, sempre tra i colli Berici, ma nella confinante provincia di Vicenza), che «conosco da più di otto anni, ma non in maniera biblica. Sono innamorato di questa donna, l'ho aiutata a scegliere il nome del bambino e ci fidanzeremo in forma casta, se lei vorrà, il prossimo 2 dicembre». Anche perché «non c'è una legge canonica che proibisca a un prete di fidanzarsi, né di innamorarsi».
È disposto a mettere sul piatto il suo stesso futuro di sacerdote, don Sante. Cioè a dimettersi e ad andarsene. «Voi siete qui per sapere se ho un figlio - ha detto chiaro e tondo ai giornalisti - mentre io sono qui soltanto per fare pressione». E dall'insolito pulpito mediatico ha lanciato due sfide di carattere localistico e terreno alla Curia di Padova, accusata di muoversi «sempre senza strategia, come i tedeschi quando invadevano la Polonia». In ballo c'è la sorte di un appezzamento attualmente a vigna, dietro alla Chiesa, che lui vorrebbe vincolare a favore della comunità parrocchiale per sottrarlo a un aspirante e potente compratore a suo dire legato da stretta parentela con l'Economo diocesano; e c'è da scongiurare il destino del glorioso Seminario Minore patavino, lasciato andare in rovina e ora condannato alle ruspe per diventare un centro commerciale.
Così, se ora mi hanno messo in mezzo, se come mi avevano preannunciato sono stato dipinto da don Giovanni, anziché da don Sante, è perché «sono soprattutto un provocatore - ha rivendicato - ma mai provocatore come lo fu il mio maestro Gesù». E infatti, non pago, ha gettato sul piatto anche un carico più «alto», rispetto a materiali vicende di terreni: la fine del celibato sacerdotale, «una regola “politica” che la Chiesa non applica però ai preti anglicani o di rito orientale sposati, a cui concede di diventare preti cattolici. È Vangelo? Sono regole? E se sì, allora, perché non valgono per tutti». In proposito ha rivelato la visione avuta un giorno, quella «di Dio con il volto triste, sdegnato per la mia autosufficienza. Da allora ho capito che il mio celibato era superbia, narcisismo, peccato».
Uomo dei suoi tempi, quelli della comunicazione, questo parroco senz'altro intelligente ne ha colto i meccanismi: c'è una voce su di me? La faccio diventare un caso per sostenere le «cause» che mi stanno a cuore. Peccato che di quei meccanismi don Sante non ne abbia appreso ancora del tutto il funzionamento. Cedendo alla fine anche lui al lato alla vanità. Forse colposa, ma vanità è ciò che è suonata ai più. Come quando, a premessa del discorso, ha ricordato come il santo del giorno precedente fosse Sant'Agostino, «che fu donnaiolo, convivente, sposo, padre, prete e santo. Tutto insieme», ha detto, in un parallelo suonato perlomeno immodesto. O come, prima di accomiatarsi, si è messo in favore di telecamera per le Iene, lanciando un appello «ai preti innamorati e alle donne innamorate di religiosi. Usciamo insieme allo scoperto, abbiamo coraggio, qualcosa cambierà». Tema delicato. E parole senza dubbio importanti. Ma che pronunciate a quel microfono, per di più in una chiesa, sarebbero suonate «stonate» anche al laico più convinto.