Don Verzè: la mia medicina per l’islam

Cacciari è in ritardo e nessuno può contattarlo perché ha pure il telefonino spento. Problemi autostradali, forse. Seduti su un divanetto, don Luigi Verzè aspetta con il suo amico Ermanno Olmi che il professore compaia nella sacrestia di Santa Maria delle Grazie, dove si presenta l’ultimo libro - ma solo in ordine di tempo, perché a 87 anni non ha nessuna intenzione di considerare niente come ultimo - del prete servo di San Raffaele.
Nell’attesa, il grande regista è in vena di ricordi: «Quando eravamo ragazzi...». Don Verzè gli batte lievemente una mano sulla gamba: «Ermanno, siamo ancora ragazzi». Si sorridono. Il prete racconta l’amico come «un genio che dimostra l’esistenza di Dio», Olmi si schermisce facendo no con il dito: «Io ad un certo punto ho conosciuto la malattia. Per fortuna, mi sono imbattuto in don Verzè e nel San Raffaele: mi sentivo circondato dai cirenei. Senza di loro, avrei potuto persino cedere alle tentazioni più fosche. Invece sono cresciuto...».
Don Verzè lo consola e lo rassicura. Olmi riprende le distanze: «Tu, don Luigi, sei tanto più avanti di me. La fede è come andare in bicicletta. Bisogna trovare l’equilibrio. Io ancora barcollo e fatico, tu hai trovato questo magico equilibrio e pedali velocissimo...».
Il ciclista di Dio pedala ormai da quasi novant’anni e non sembra minimamente intenzionato a prendersi una pausa. Per essere alla presentazione del suo libro (Io e Cristo, Bompiani), si è appena sorbito sette ore di volo da Abu Dhabi. Era la prima volta che ci andava: non sarà l’ultima. Sarà solo la prima di una lunga serie. Il modello San Raffaele trasloca nel cuore dell’Islam più ricco e più occidentalizzato, ma pur sempre Islam. Don Verzè ne parla come di una conquista personale.
«Vengo dal luogo della ricchezza assoluta. Della ricchezza perseguita in modo spasmodico. Però hanno un problema: cominciano ad accorgersi di non avere cultura. Ancora una volta, ho visto con i miei occhi la pena della ricchezza che scopre di non avere la cultura».
Rivela che hanno bussato alla sua porta con un inviato personale dell’emiro. «Mi hanno cercato, ho risposto. Loro sanno che cos’è il San Raffaele. E sanno benissimo che io sono un prete di Cristo. Nonostante questo, vogliono che noi andiamo là. Ci porterò il mio Cristo così com’è. Capiranno da soli che è la vera cultura».
Discuteranno, chiariranno, programmeranno. Dopo i tre ospedali italiani, dopo l’espatrio in Brasile, in India, in Uganda, la mondializzazione della medicina benedetta mette un piede nell’Islam. «Non ci sono difficoltà. L’emiro è rimasto commosso dal mio abbraccio. L’idea di dialogo deve marciare sui binari della cultura, com’è naturale».
Cultura, cultura, cultura. È un continuo. Ermanno Olmi ascolta il roccioso amico e annuisce come un ragazzino del catechismo. Quest’incontro l’ha segnato, non fa nulla per nasconderlo: «Venendo qui, una signora mi ha detto: so che vedrà don Verzè, gli dica che il San Raffaele è un monumento di umanità. È così, sai, don Luigi?».
Il vecchio prete sorride. «Questo è proprio un bel complimento». È anche l’occasione per raccontare meglio che cosa il marchio San Raffaele, per la comunità scientifica sinonimo di ricerca avanzata e di efficienza, sia nelle sue sfumature umanistiche: «Io dico sempre ai miei medici la stessa cosa: la medicina è un crocevia di culture e di competenze. Il bravo medico è quello che comprende il valore del corpo, dell’intelletto e dello spirito di un malato. Non esistono tre sfere separate».
Aspettando Cacciari, il ragionamento prosegue lungo i temi diventati ultimamente di attualità: Don Verzè e le sue posizioni sull’accanimento terapeutico, Don Verzè e il suo possibilismo sulla spina staccata. «Ci si chiede quando il medico debba fermarsi. Io ho un mio credo assoluto: bisogna fermarsi quando ormai si va contro natura. Lo ripeto: voler bloccare la morte a ogni costo è contronatura».
La morte. Un’idea che per tutta la vita l’ha accompagnato, interrogato, macerato. Ma un’idea che neppure adesso, a 87 anni, sembra riguardarlo mai in prima persona: «Quando sono vicino a un malato grave, che mi chiede perché, che mi chiede dov’è Dio, posso solo piangere con lui. Posso proporgli il mio Cristo. Quanto a me, mi chiedono spesso se mi capiti di pensare al dopo...». Appunto, don Luigi: pensa mai al dopo? «Il dopo non è un dopo. Si continua. Siamo come farfalle che escono dal bozzolo. Subiamo solo una metamorfosi».
Nessuno, allora, consideri questo libro il suo testamento spirituale: «Non lo è. È soltanto la mia storia, una storia scritta dalla vita. Parla di me e di Cristo, che ci siamo incontrati a mezza strada: io non sono andato da lui, lui non è venuto da me. Semplicemente, ci siamo trovati. Un giorno, da ragazzo, ero appoggiato al muro di una chiesa. Ho sentito chiaramente che da dentro mi chiamava...».
Certo non è facile, per noi che parliamo tutti i giorni un’altra lingua, seguire questo particolare idioma di fede e di carità. Don Verzè, un altro degli uomini grandi che raccolgono solo venerazione o solo diffidenza, mai sentimenti slavati tinta pastello, cammina dritto lungo i suoi percorsi interminabili, verso mete lontane e superiori, oltre i ristretti confini della contemporanea mediocrità. «A qualcuno piace chiamarmi manager di Dio. Ma questa storia mi ha anche un po’ stancato. Non sono io, il manager. Il manager è Dio. Io mi sono solo piegato alla sua volontà, ispirandomi al suo messaggio».
Come abbia potuto arrivare così in là, così avanti, così bene, costruendo un modello di ospedale che il mondo invidia, e che adesso gli emiri sognano molto più delle Ferrari e dei Cartier, nessuno saprà mai spiegare. Ha sempre bussato, ha sempre ricevuto. Ma soprattutto, non si è mai lasciato vincere dallo sconforto. «Una volta ho letto nel Vangelo: se avrete fede, farete opere anche più grandi delle mie. Ho avuto fede. Così è nato il San Raffaele».
Anche adesso, che è una riverita tonaca di 87 anni, sa dire solo le semplici parole di sempre: «Lo so che la stagione è difficile. Ma io sono ottimista. Il mondo è pieno di eletti...». Gli eletti? E chi sarebbero gli eletti? «Gli eletti sono quelli che pensano. Perché pensando pregano». Don Verzè, non è che si veda poi in giro tutta questa gente pensante... «Ce ne sono moltissimi».
Poi arriva Cacciari. Quasi un peccato. Ma fuori la gente aspetta, la conferenza deve cominciare. Don Verzè e il suo amico Ermanno si avviano sottobraccio. Prima, il prete degli ospedali benedetti consegna l’ultima verità, maturata davanti all’opulenza degli emirati: «Non lo scordi mai: i veri ricchi, oggi, sono quelli che hanno la cultura...».
Cristiano Gatti