Donadoni al bivio di Glasgow: "Sarà questa la mia finale"

Il ct: "Ci giochiamo un anno di lavoro". Risponde a Lippi: "Avrei parlato come lui". E Abete lo difende

Milano - Incubo no, ma quella finale di Berlino si è posata sulle spalle di Roberto Donadoni e da lì non si è ancora spostata. Ereditare la nazionale con quattro stelle sulla maglia sembra un grande affare, ma se ti distrai un attimo diventa una trappola. Sarà anche per questo che il ct azzurro, consegnata alle statistiche la vittoria con la Georgia, dà il via alla campagna di Scozia suonando la carica: «È la nostra finale, tutto in 90 minuti come quando insegui la coppa del Mondo e ti giochi tutto in una partita. Ecco, noi ci giochiamo un anno di lavoro».

Dove quel «ci giochiamo» rischia di strangolare tutti, ma soprattutto lui, il commissario tecnico. Da quando ha preso in mano la nazionale ha dovuto lottare con l’ombra del suo predecessore, rispondere senza perdere l’equilibrio alle parole di Marcello Lippi, «io alla nazionale, mai dire mai» la frase che nemmeno il fumo del toscano riesce a nascondere e che in periodo di redde rationem, fa scaldare i muscoli al loggione. Il ct, lui, ha altri problemi per la testa, così rispondere a Lippi, e a chi cavalca i suoi desideri, gli costa poca fatica: «È legittimo, lo avrei detto anche io, è nelle cose, nella vita di un allenatore». Dribbling ben riuscito, la vecchia specialità del ct, ma forse Donadoni avrebbe fatto volentieri a meno di saltare l’uomo questa volta. Soprattutto, se ha i capelli bianchi. Sarà anche per questo, e conoscendo il carattere del bergamasco, che il presidente federale Giancarlo Abete ha alzato i paraventi. Pur se in politichese: «Lippi ha così rispetto per Donadoni che non avrebbe mai detto una cosa del genere, è solo una frase estrapolata da un discorso generale, significa che Lippi ha voglia di tornare al calcio attivo. E di tutto questo noi siamo contenti. Ma Donadoni ha carta bianca».

Atto dovuto. Difesa d’ufficio. Discorsi che hanno un inizio e una fine: il primo e l’ultimo minuto di Glasgow. Dentro o fuori adrenalinico. Il ct incassa la difesa federale e chiama a raccolta i colossi di Berlino. Hanno trascinato l’Italia di Lippi all’impresa: possono assicurare un futuro alla sua Italia. Cannavaro, Zambrotta, Camoranesi, Perrotta: uomini duri per la più dura sfida del mandato di Donadoni.

Servirebbe anche Materazzi. Ma la coscia lacerata dell’interista è un’incognita, nella bolgia di Hampden il colosso nerazzurro sarebbe fondamentale. Il ct non dispera: «Barzagli ha fatto benissimo fin qui, e ne sono più che felice. Certo che l’approccio di Materazzi è quello giusto». E ci farebbe molto comodo, chiosa il commissario tecnico. Che non nasconde, non potrebbe fare altrimenti, le pecche di sabato sera. Oddo, per esempio. «Gli dico spesso di arrivare fino in fondo e crossare, invece che farlo dalla tre quarti. Imparerà». Beh, non c’è molto tempo. Siena, e il Sudafrica, saranno solo un intermezzo per dare un’occhiata a giovani di belle speranze, ma dalla panchina del «Franchi» Donadoni guarderà molto più a est: Tbilisi, dove la Georgia del sergente Toppmoller proverà a fermare l’armata scozzese. Impresa difficile, se non disperata, se Demetradze e Mchedilidze sono le uniche fionde a disposizione.

Il ct non ci conta poi troppo, era in tribuna all’andata («Non meritava di vincere la Scozia, risolse la partita con un tiro da lontano»), ma siamo alle chiacchiere. Essere arbitri del proprio destino: in fondo è questo che voleva Donadoni, la nazionale l’ha accontentato. Il ct dalle poche parole è arrivato in fondo al suo tormento: oltre un anno vissuto sul crinale, in bilico tra la disfatta e la rivincita, in equilibrio tra i lunghi silenzi che ne hanno timbrato la carriera e la voglia di rivendicare meriti, che ci sono, ma che se in Scozia girerà male finiranno nel tritacarne. Loro e il ct stesso. Isolato nella corrente, arroccato nel suo castello, Donadoni ha incassato colpi bassi e alla figura, ha registrato i «no!» di Totti e Nesta e tirato dritto. Non gli è mancato il coraggio, mandare in tribuna Del Piero è come stracciare la tregua con una parte della critica. Ha esaltato il tour europeo tra Far Oer e Lituania manco avessimo battuto Brasile e Argentina, ma ci sono attimi in cui anche il prosciutto cotto sembra salmone. Ora ha un mese di tempo per preparare la notte di Glasgow. Ha già cominciato chiamando a corte gli eroi di Berlino. A Genova, Pirlo e Grosso gli hanno strizzato l’occhio. Il suo, è un futuro con la data di scadenza: 17 novembre. Oltre, per ora, non si vede niente. Speriamo sia solo nebbia scozzese.