Donadoni a Kiev col fantasma di Lippi

La posizione del ct si fa sempre più delicata. Domani In Ucraina partita chiave per la qualificazione all'Europeo: l'Italia è obbligata a vincere. Probabile l'esclusione di Del Piero

Milanello - È il primo fantasma che fuma il sigaro e c’è chi giura di averlo visto aggirarsi nel ritiro azzurro. Capelli bianchi e parlata toscana, lo spirito ha un nome, Marcello Lippi. A un giorno dal crocevia di Kiev mette paura. Paradossalmente, l’unico a non averne è Roberto Donadoni: il ct sa che il suo destino è segnato. O si qualifica per l’Europeo o dovrà lasciare la nazionale. E va bene che se la Francia batte la Scozia, bastano due pareggi tra Kiev e Glasgow, ma i conti della serva stonano se fatti dalla nazionale campione del mondo: così incasellato il punto con la Francia, ne servono tre per doppiare la trasferta nel regno di Shevchenko e neutralizzare i veleni fino al redde rationem del 17 novembre in Scozia (il 13 ottobre c’è la Georgia a Genova, derubricata a formalità altrimenti meglio lasciar perdere subito). Dunque, sminuzzato il post Francia (che avrà comunque conseguenze: è probabile l’esclusione di Del Piero a Kiev), il club Italia fa quadrato intorno al suo ct. La cura dei particolari è massima. Quelli pratici: raddoppiate le scorte alimentari in partenza dall’Italia per evitare brutte sorprese delle e nelle cucine ucraine.

Quelli dialettici: nessuna parola fuori posto, tutti allineati e coperti. Comincia Demetrio Albertini, vice presidente Figc al tempo della nomina di Donadoni (e suo grande sponsor), ora «ambasciatore» federale: «Mi pare stupido ipotizzare a breve cambiamenti sulla panchina azzurra, quand’anche riguardassero un ct campione del mondo come Lippi». Lippi, chi ha visto Lippi? Forse un filo di fumo dietro l’angolo. Continua Albertini: «Donadoni avrà fatto anche qualche errore, ma quelli sono fisiologici. Sicuramente ne ha commessi anche Lippi, eppure ha vinto il mondiale. Non comunica bene? Vogliamo giudicare le persone da come parlano e non dai risultati? E comunque quella di Donadoni è una scelta che rifarei».

Ormai siamo al bivio. Il primo, sperando ce ne sia un altro a Glasgow. La condizione del ct azzurro è quella di molti suoi predecessori, il lavoro di commissario non concede alibi. Vinci (ti qualifichi) resti; non vinci (non ti qualifichi) grazie e arrivederci. Domani sera suonerà il primo avvertimento. Tutte cose che un tipo pragmatico come Donadoni sa. Non teme gli esami (nemmeno i quattro fischi dei tifosi che ieri l’hanno preso di mira evocando Lippi. Lippi: chi ha detto Lippi?), semmai l’Ucraina. Ma che il cerchio si stia chiudendo lo si capisce anche dalle parole di Daniele De Rossi: «Perdere in Ucraina sarebbe un disastro. Anche un punto non andrebbe bene. Conta solo vincere. Anche per Donadoni? Non sta a me giudicarlo, c’è chi lo fa molto più a fondo. Ho capito che il mestiere del ct è duro, gli auguro tante soddisfazioni ma spero che a Kiev non si giochi nulla». Abituato a proteggere la difesa, De Rossi non fa la diga davanti al ct. Se poi dietro ci fosse uno come Nesta sarebbe ancora meglio. Invece la maglia azzurra che ieri a pranzo Pirlo e Inzaghi (Italia e Milan hanno condiviso campi e ristorante) gli hanno improvvisamente gettato sulle spalle è stato solo uno scherzo ben riuscito. Nesta. A proposito di fantasmi azzurri.